

VITERBO – C’è un filo invisibile, ma di una preziosità abbacinante, che lega la Tuscia alle vette più alte dell’arte europea del XIV secolo. Quel filo porta un nome: Matteo Giovannetti. Pittore, teologo, architetto della bellezza, viterbese di nascita ma cittadino di quell’Europa papale che, tra le mura di Avignone, scrisse pagine indelebili della storia dell’arte.
Oggi, guardando a quel che resta dell’opera di Giovannetti, ci si rende conto di trovarsi di fronte a un paradosso doloroso: mentre Avignone ha saputo erigere il suo successo turistico attorno ai cicli pittorici del Palazzo dei Papi, Viterbo – la città che gli ha dato i natali – sembra aver smarrito la consapevolezza di possedere, nelle proprie vene, il sangue di uno dei giganti del Trecento.
Un tesoro sparso per l’Europa
Cosa rimane dell’arte di Giovannetti? Non molto, ed è proprio questa la tragedia della sua fortuna critica. Le sue opere sono reliquie sparse: dalla magnifica Cappella di San Marziale e quella di San Giovanni nel Palazzo dei Papi di Avignone, dove il maestro viterbese dispiegò un linguaggio che fondeva la solennità giottesca con la grazia sinuosa della scuola senese, fino ad alcuni frammenti conservati nel Museo del Petit Palais. Sono opere che, da sole, attirano ogni anno flussi turistici internazionali, studiosi, amanti del bello da ogni continente. Matteo Giovannetti non è solo un “pittore”, è il ponte artistico che unì l’Italia alla Francia, il maestro che portò la luce della pittura italiana alla corte di Avignone.
Il “buco nero” di Viterbo
E a Viterbo? Qui il discorso si fa amaro. Nella chiesa di Santa Maria Nuova restano frammenti, echi di una mano che, sebbene mutilata dal tempo, continua a parlare con una potenza espressiva straordinaria. Ma c’è di più. C’è il fantasma di quei cento metri di affreschi strappati dal convento degli Agostiniani nel 1952, un episodio che brucia ancora come una cicatrice aperta sulla pelle della città.
Immaginate, per un istante, cosa potrebbe accadere se Viterbo decidesse finalmente di compiere un atto di riscatto. Immaginate una mostra monografica di eco internazionale, capace di riunire ciò che resta, di studiare ciò che è stato strappato, di dare una casa – reale o digitale – all’opera di questo genio.
Perché una mostra su Giovannetti cambierebbe la città
Un’esposizione di respiro internazionale su Matteo Giovannetti non sarebbe solo un evento culturale: sarebbe una rivelazione. Per la critica mondiale, sarebbe l’occasione di ricomporre il puzzle di un maestro che ha subito, nei secoli, la damnatio memoriae dell’incuria. Per Viterbo, rappresenterebbe la possibilità di trasformare il proprio centro storico in un polo di attrazione museale di alto livello, sottraendo finalmente il Giovannetti all’oblio dei depositi e della trascuratezza.
La bellezza ha una forza di gravità irresistibile. Unire i puntini tra Viterbo e Avignone, tra le ceneri degli Agostiniani e le volte papali francesi, significherebbe regalare alla città non solo un motivo di vanto, ma una direzione precisa: quella di un turismo colto, consapevole, internazionale.
La domanda, dunque, non è più se sia possibile. La domanda è perché non sia stato ancora fatto. Matteo Giovannetti non è solo un nome da citare nei libri di storia dell’arte; è la prova che Viterbo, un tempo, è stata al centro del mondo. Riportare Giovannetti a casa, nel cuore di chi visita la città, non è solo un atto di giustizia verso un artista: è un atto di rispetto verso noi stessi. La Bellezza è un dovere, prima ancora che una risorsa. E la nostra città ha un debito enorme da saldare con il suo pittore più grande.

















