

VITERBO – Se vi capitasse di passeggiare per le strade di Viterbo e voleste farvi un’idea di quanti siano i figli del Celeste Impero insediati tra queste pietre di peperino, fareste bene a non fidarvi del colpo d’occhio. La percezione, si sa, è una gran bugiarda: ci fa vedere eserciti dove invece ci sono soltanto manipoli, o viceversa.
I numeri della burocrazia, quelli freddi e ostinati delle rilevazioni Istat aggiornate al 1° gennaio 2024, ci dicono infatti che i cittadini cinesi regolarmente residenti nel capoluogo sono appena 196. Rappresentano poco più del due e mezzo per cento dell’intera popolazione straniera della città. Se poi allarghiamo lo sguardo a tutta la Tuscia, l’intero territorio provinciale ne conta in tutto 552. Un’inezia, verrebbe da dire. Una goccia d’acqua nel bacino del Lago di Vico.
Eppure, a dispetto di cifre tanto modeste, la loro presenza sul territorio ha il peso specifico di un macigno. Perché mentre noi viterbesi ci perdevamo nelle solite diatribe di campanile, questi silenziosi viaggiatori dell’Est si sono messi a fare ciò che sappiamo fare sempre meno: costruire un pezzo dell’economia locale. Non con i grandi proclami, ma con l’impegno quotidiano e un fiuto commerciale che ha del prodigioso.
Hanno iniziato da lontano, quasi in punta di piedi. Chi ha qualche capello bianco ricorda ancora la meraviglia un po’ diffidente quando, decenni fa, fece la sua comparsa in piazzale Gramsci un ristorante dal nome quantomai esplicito: La Cina. Era la prima incursione di una gastronomia esotica che allora pareva un’avventura per pochi temerari. Oggi, da quella prima pietra, si è passati all’era dei moderni e affollatissimi “all you can eat”, veri e propri templi del consumo veloce che attraggono schiere di giovani e famiglie.
Ma il vero capolavoro di questa operosa colonizzazione risiede nei grandi empori. I cinesi non hanno solo aperto ristoranti; hanno fondato megastore dove è possibile reperire letteralmente di tutto, dalla lampadina al vestito, dal chiodo all’utensile per la casa. Una rete capillare che, partendo da Viterbo, si è rapidamente estesa nei centri principali della provincia.
Lavorano nell’ombra, parlano poco, non alimentano le cronache dei giornali e non chiedono aiuto a nessuno. Mentre la vecchia borghesia commerciale nostrana ammaina lentamente le insegne tra un lamento e l’altro, il draghetto cinese s’è preso il suo spazio nell’economia della Tuscia. Senza fare rumore, ma con la forza imbattibile di chi si alza all’alba e tira giù la saracinesca a notte fonda.


















