L'insostenibile leggerezza dell'essere un giornale locale
giornali
lafune_800 x 120
Alessandro Vismara, chiacchierando seduti sui sedili in peperino di Piazza Crispi - erano gli anni Settanta e Viterbo si stava rapidamente trasformando -, un giorno mi spiegò perché era più difficile fare il giornalista a Viterbo piuttosto che a Roma o a Milano.

IL PUNTO DI VISTA – Anche se non sono un giornalista, ho frequentato molto da vicino il giornalismo; prima scrivendo su Sottobanco (il giornale degli studenti viterbesi degli anni ’60), su La Vedetta (il giornale dei “rivoluzionari” della sinistra, quella di un Domenico Mangano, tra i tanti, negli anni ’70), e poi su Il Messaggero guidato a Viterbo da Arnaldo Sassi e con l’apporto di Fausto Pace.

In seguito, offrendo riflessioni tratte dalle mie esperienze politico-sociali, ma sempre mediate dalla ricerca scientifica universitaria, ho scritto – e scrivo – sui vari giornali locali: Tusciaweb, La Città, Tusciatimes, La Fune. Nel frattempo sono stato in contatto personale con giornalisti di vaglia nazionale, come Maurizio Costanzo, Andra Vianello e Francesco Giorgino, che ho avuto anche come colleghi all’università, con Massimo Gramellini, e con un “genio” del giornalismo mondiale, Walter Cronkite, che in mezz’ora di chiacchierata davanti ad un ricco buffet (gli avevamo conferito la laurea honoris causa in scienze della comunicazione alla Sapienza) mi ha offerto un cumulo di questioni sulle quali riflettere a lungo. Eppure, il mio primo e insuperato maestro per me è stato Alessandro Vismara.

Scusate, mi sembra di aver recitato un curriculum da LinkedIn. Ma mi serviva per affrontare il discorso sulla differenza tra il “grande giornalismo”, quello che si snocciola tra Il Corriere, la Stampa, Repubblica, Il Messaggero, Il Mattino, i vari Tiggì televisivi di RAI, Mediaset, La Sette, TV 2000, ecc. e il “giornalismo locale”, quello che si muove in modo capillare sul territorio.

E qui, torna in ballo Alessandro Vismara. Perché, chiacchierando seduti sui sedili in peperino di Piazza Crispi – erano gli anni Settanta e Viterbo si stava rapidamente trasformando – un giorno mi spiegò perché era più difficile fare il giornalista a Viterbo piuttosto che a Roma o a Milano.

Chi è il giornalista? A sentire Cronkite, è uno che riferisce i “fatti”. Ma i fatti hanno cause e si prestano a varie interpretazioni. Quindi il giornalista non riferisce soltanto, non è un cronista che produce referti notarili, ma è anche un osservatore privilegiato, provvisto di una deontologia professionale che lo spinge ad una “verità” e ad una “lealtà” verso i lettori, ma anche di una ideologia che gli fa stilare una scelta e una graduatoria dei “fatti” e dei criteri/valori con cui valutarli.

Quando questo lavoro avviene su scala nazionale, il giornalista di fatto assume un’aura carismatica e un autorevolezza che gli proviene non solo dalla sua competenza e dalla sua prosa, ma anche – e in misura rilevante – dalla testata per cui scrive; e i suoi ragionamenti saranno sempre esposti ad un livello tale da valere per tutti i lettori, dal Trentino alla Sicilia. Ma se chi scrive lo fa su un giornale locale, naturalmente
vocato ad occuparsi prioritariamente di ciò che accade in città e in provincia, al massimo in regione? Ciò che quel giornalista scriverà riguarderà sempre qualcosa in cui lui si trova immerso fino al collo, facendosene in pur piccola parte diretto responsabile. Parlerà bene o male di persone che spesso conosce personalmente, con cui ha studiato o ha fatto bagordi da adolescente, affronterà problematiche che lo toccano molto da vicino e sulle quali non si è informato frequentando qualche “salotto buono”, o ragionando con qualche illustre esperto, ma semplicemente vivendo la città.

E con il pesante fardello di doversi destreggiare tra le tante, differenti e contraddittorie verità che gli vengono sbandierate davanti agli
occhi, che sperimenta quotidianamente, che cerca di organizzare in un filone interpretativo unitario e coerente. E qui entra in ballo un fenomeno prettamente sociologico: la costruzione sociale dell’attribuzione di senso.

Ciò significa individuare quelle fonti, di varia natura, da cui ciascuno di noi ricava impressioni, giudizi, sentenze, scelte, opinioni e di conseguenza atteggiamenti di vario genere, intellettuali, sociali e quindi “politici”, talvolta saggi talaltra dissennati. Ebbene, tra le fonti più affidabili, dovrebbero esserci i giornali locali, perché ti informano su quel che accade intorno a te, perché parlano di cose che conosci e ti
coinvolgono, o ti ragguagliano su cose che è bene che tu sappia mentre usi la tua città e il tuo territorio, o ancora svelano segreti che si dilatano direttamente alle tue spalle.

Capite ora cosa intendeva Vismara? Il lettore fa presto a scorrere un fondo del Corriere della Sera che denuncia la crisi del pacifismo mondiale, il riscaldamento globale, o valuta le alleanze parlamentari. Ma quel lettore quanto si sentirà più direttamente coinvolto per un servizio pubblico che non funziona in città, o entusiasta per la notizia che qualche altro servizio è stato messo a disposizione della cittadinanza in tutta la sua efficienza? E il giornale locale come si destreggerà nel fornire informazioni a riguardo? Avrà cura di una deontologia professionale che pratica innanzitutto lo “spirito critico” (in senso kantiano…), che non è mai fazioso, oppure sceglierà di mettersi ideologicamente (e non solo…) al servizio di una fazione? E ancora, saprà discernere tra le notizie vere e le fakes in un mondo digitale dove vero, verosimile e falso si sovrappongono sempre di più? Saprà valorizzare in modo opportuno una notizia? Sarà in grado di incidere sulla dimensione sociale, economica e culturale della Città, chiamando a raccolta, fino a farsene perfino guida, quei soggetti individuali e collettivi, pubblici e privati, che possono lavorare al bene del territorio?

Insomma, la stampa locale si trova nelle difficili condizioni di essere allo stesso tempo osservatore e osservato, soggetto e oggetto, spettatore e attore in uno spazio sufficientemente ristretto da essere soggettivamente a contatto con ciò che accade intorno ad essa. E quando si rileggono le definizioni di informazione, di conoscenza e di comunicazione, così come sono redatte dalla letteratura scientifica o dai dizionari, ai giornalisti locali possono venire i brividi.

Informazione: processo mediante il quale si acquisisce la nozione e la conoscenza dell’esistenza di un segnale significativo, di un fenomeno, di un fatto o di una idea (es.: il semaforo, l’ora, l’apprendimento da un manuale). Conoscenza: acquisizione selettiva di informazione rispetto a vari ambiti della realtà, e organizzazione logico-razionale di tale informazione (es.: la capacità di trarre beneficio pratico o intellettuale dalle nozioni apprese). Comunicazione: messa in comune di una informazione secondo processi condizionati dalle dinamiche
sociali (es.: istruzioni, regolamentazioni, mass media).

Basta pensare a ciò che avviene in città e nel territorio circostante per rendersi conto di quante insidie si aprono per il giornalista locale di fronte a queste tre procedure. Che si tratti di buon governo e di malgoverno, di cronaca rosa e di cronaca nera, di conflitti politici, di manifestazioni culturali, di bisogni sociali, di successi e di atti meritori, di eventi naturali; ma anche di idee, progetti, sogni e possibilità, stimoli e provocazioni.

Perché subentra il problema delle intenzioni. Perché esporsi o meno ad una informazione può essere una scelta (compresa il confirmation bias); acquisire una conoscenza presuppone di dare all’informazione un valore; decidere di comunicare significa selezionare l’informazione secondo le proprie inclinazioni, i propri scopi e l’identità del soggetto destinatario. E mentre il giornale locale tenta di farsi soggetto interprete delle esigenze del territorio, rischia di farsi coinvolgere – se non addirittura di esserne protagonista più o meno volontario – in un chiacchiericcio da bar o da condominio.

Sì, aveva proprio ragione Alessandro Vismara. Fare un giornale impegnato a diffondere informazione e comunicazione nella Città e nel suo territorio è un’impresa veramente difficile. Ma anche avvincente, entusiasmante e, forse, soprattutto in una democrazia, è un dovere morale.

 

lafune_800 x 120
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

ance
CAMCOMRIVT-banner-web-300x150
400 Confartigianato
CNA 300x300
Fune 300x300
lafune_300 x 600
POST FB 01
domenicale post
monastero interno
TdP_Inalazioni
asvis 2
Jeep_Compass_apex_300x300_200
Foto Fisioterapy Center
aiac_banner_01
Onda
Masicar300x300-optimize