
Hassan Sharaf era un giovane detenuto che scontava la sua pena nel carcere viterbese di Mammagialla. Hassan Sharaf aveva commesso dei reati e stava pagando per questo. In isolamento. Hassan Sharaf aveva 21 anni.
Queste le premesse per leggere la lettera arrivata in questi giorni in redazione: è stata scritta da una volontaria dell’Associazione Gavac, Angelita Cantarella. Sue le parole per provare a spiegare un gesto inspiegabile, uno di quei gesti che molto spesso avvengono nelle carceri italiane e che non trovano risposta. Angelita ha provato, a modo suo, a rendere umano questo gesto dedicando ad Hassan queste parole che oggi tutti leggiamo. Anche l’Associazione Stefano Cucchi ha ricevuto e condiviso via social questa lettera.
“30 Luglio 2018. Hassan Sharaf aveva solo ventun anni. Non so se sia l’età, il fatto che sia morto in solitudine in un’agonia di dolore o che le sue urla di aiuto << ho paura di morire >> abbiano raggiunto orecchie sorde, che mi abbia più turbato. L’unica cosa che so per certa è che si sarebbe potuto evitare, non era necessaria la sua morte, non doveva accadere. Non c’è più differenza tra vittima e carnefice, tra guardia e detenuto se decidi, in qualche modo, del destino di un’altra persona. Qual era il suo reato?
Aveva rubato? Aveva spacciato? Si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato? Non è importante, non più, non adesso, non davanti al corpo di un ragazzino (perché solo quello era) che, magari, aveva dovuto imparare a nascondere dietro uno sguardo da “duro” le sue fragilità. So solo che mancavano pochi giorni e sarebbe tornato a casa, sempre se ne aveva una. Doveva resistere ancora un po’, poche settimane che se stai chiuso tra quattro mura ti sembrano anni. E magari sei solo, non conosci bene l’italiano e non sai come farti capire e, magari, sei anche la preda facile di bestie che si sentono leoni della savana convinti di essere circondati da iene quando non è sempre così.
Ci sono storie dietro quei sorrisi, quelle espressioni arroganti, quei denti marci. Ci sono persone dietro il numero della cella, ci sono sentimenti dietro gli anni che mancano per tornare a respirare la libertà. Hassan era un’isola, Hassan aveva visto troppo per i suoi vent’anni, Hassan aveva una storia da raccontare che adesso è appesa ad un lenzuolo su quella sbarra, la sua anima rimarrà in quella cella isolata da tutti dove nessuno ha potuto ascoltare i suoi lamenti e le sue grida. Io riesco a sentirle, adesso che non sono più udibili le sento dentro di me.
Aveva la mia età e una vita da vivere, da scoprire, da assaporare per quella che è davvero ed invece è rimasto vittima di un tornado che lo ha completamente travolto senza nessuno che gli abbia offerto un rifugio sicuro. Ventun anni e l’arroganza tipica di quell’età magari, o magari no, non lo sappiamo. Ma a ventun anni non si è cattivi e non si è neanche buoni. A ventun anni credi di essere immortale e di avere il mondo tra le tue mani, pensi di potere tutto, che la vita sia solo un gioco e alle brutte si può sempre tornare indietro e riiniziare da capo. Devi poter credere che sia davvero così, devi avere il diritto di vivere, di ricominciare, di cambiare, di buttarti giù da un aereo ed essere convinto di riuscire a volare con le tue ali. A ventun anni non devi essere un’isola sperduta nell’oceano ma un arcipelago. Ogni vita ha un valore, ogni vita è importante, ogni vita cela dietro di sé qualcosa di più.
Io lo sento dentro di me il sapore di quest’esistenza spezzata, il rumore dei suoi sogni infranti, del fallimento non solo di questa società ma di un mondo intero che ha perso ormai la propria umanità, in balia di un narcisismo tale da anestetizzare l’anima. Lo sento l’amaro di non aver potuto fare niente, di ricordare il suo nome e a stento saperlo collegare ad un volto perché ogni giorno ne vedi a decine e non riesci a memorizzarli tutti. La sento la frustrazione e l’impotenza davanti ad un sistema marcio e troppo più grande di me. Ma se al posto di essere chiusa in pungo quella mano fosse stata tesa, magari, non avrebbe confidato le sue angosce ad un cappio ma avrebbe resistito ancora un po’, ancora qualche giorno.
Magari sarebbe uscito con le ossa rotte, con l’anima a brandelli ma piano piano l’avrebbe ricostruita e si sarebbe impegnato ad essere una persona migliore. Magari, o magari no. Non sta a noi saperlo, non sta a noi decidere. Mi piace pensare, però, che sarebbe andata così. Se solo qualcuno lo avesse visto, tra quelle centinaia di volti, se solo lui avesse urlato così forte da sfondare le pareti. Se solo… se solo… Se solo ognuno avesse una coscienza, uno specchio al quale rivolgersi e chiedere “chi sono io per giudicare?”. Adesso invece, è solo un nome sulla lista dei suicidi in un carcere, l’ennesimo ed io resto ad osservare l’immensità del mare e a pensare a quanto gli sarebbe piaciuto immergersi nell’acqua fino a coprire gli occhi e sentire dopo tanto tempo il silenzio del fondale. Forse era proprio quel silenzio che ricercava, quella mattina, forse era quella pace che pensava non avrebbe più raggiunto. Una cosa, però, la so con certezza: il mare, da oggi, è un po’ più vuoto.”
Il 23 Luglio 2018, a soli quaranta giorni dal termine della sua pena, Hassan Sharaf (egiziano ventunenne detenuto presso la Casa Circondariale Mammagialla di Viterbo) viene trasportato con urgenza all’ Ospedale Belcolle a seguito di un tentato suicidio, morirà in una solitudine di dolore una settimana dopo. Tante sono le ombre dietro questa storia, portate egregiamente alla luce dal servizio di Laura Bonasera per la trasmissione “Popolo Sovrano”. Secondo gli atti il ragazzo alle 12.50 del fatidico giorno era stato trasferito in isolamento a seguito di una sanzione disciplinare risalente a quattro mesi prima, il 20 Marzo, quando Hassan fu accusato di un traffico illecito di psicofarmaci all’interno del carcere. Alle 14.15 risulta ancora vivo, alle 14.35 viene trovato impiccato con un lenzuolo alla sbarra della finestra. Dubbi e misteri si celano dietro sia il ritardo della sanzione rispetto al reato di cui era accusato, sia l’autenticità del certificato d’idoneità all’isolamento privo di anamnesi, accertamenti o visite psicologiche/psichiatriche.
Il giorno seguente la perquisizione le collaboratrici del Garante dei detenuti (Anastasia Stefano) ricevettero una segnalazione su presunti maltrattamenti e lesioni a carico di Hassan, testimoniati da tagli sul petto e segni rossi sulle gambe. Lo stesso ragazzo dichiarerà di essere terrorizzato e di temere per la sua vita. Sollecitate dalle stesso Anastasia, il quale l’8 giugno presenterà un esposto, seguirono due visite: quella presidiata dalle guardie carcerarie parlava di autolesioni mentre la seconda, in assenza degli agenti, non escludeva la possibilità di lesioni provocate da terzi. La parte più oscura e incomprensibile di questa storia è che, in verità, Hassan non si doveva neanche trovare all’interno del carcere di Viterbo.
Il 10 Maggio aveva terminato la pena per una rapina commessa da maggiorenne e gli mancavano solo quattro mesi per un reato commesso da minorenne da scontare presso un carcere minorile, come ordinato dal Tribunale dei minori il 19 aprile. Il trasferimento non è mai stato preso in considerazione e mai effettuato. Ad oggi è aperto un fascicolo per istigazione e aiuto al suicidio e, a seguito delle numerose testimonianze e lettere dei detenuti della casa circondariale di Viterbo che hanno denunciato violenze e abusi da parte degli agenti penitenziari, lo stesso Mammagialla è diventato un caso Europeo”.
Angelita Cantarella


















