Lettera alla sinistra. Riflessioni sulla questione dei migranti
Foto Francesco Mattioli
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I salvini, i vannacci, ma altrove gli orban, i fico, i trump, perfino gli smotrich (le minuscole non sono casuali, indicano una tipologia) alla fin fine sono il prodotto paradossale di una sinistra ora troppo salottiera e ritualistica nel suo pensiero critico, ora troppo presuntuosa e autoreferenziale.

IL PUNTO DI VISTA – Cara cosiddetta Sinistra Italiana, ti scrivo convinto ancora di essere progressista, riformista e di coltivare il politicamente corretto. Il mio maestro Franco Ferrarotti diceva che un sociologo  non può non essere orientato a sinistra; perché non è conservatore e guarda con interesse e fiducia al cambiamento, perché riconosce la presenza della dignità in ogni Essere Umano, perché comprende i problemi degli emarginati, degli sfruttati, degli esclusi, degli ultimi, e individua le cause dei loro drammi.

Per di più, sono cattolico; un po’ critico forse, un po’ troppo advanced magari in tema di uguaglianza di genere, ma convinto che la Parola del Vangelo sia un punto di riferimento etico insostituibile e il più umanamente avanzato in questo mondo. Certo la sua applicazione, influenzata fin dagli albori del Cristianesimo dalla Storia, talvolta è stata altro, e va adeguata ai tempi d’oggi, o meglio deve essere finalmente intesa nel suo reale significato, che è Parola di libertà, di uguaglianza, di comprensione e di rispetto, ma anche di socialità operosa.

Diffido dei cristiani conservatori, dai Viganò ai Kirk: non hanno capito nulla di Cristo, o meglio lo leggono a loro uso e consumo. Cara Sinistra Italiana, oggi la nostra società sembra allo sbando. Per tanti motivi: forse una società che cambia sembra sempre allo sbando, specie se cambia velocemente come ai tempi nostri; forse perché oggi si genera più incertezza che mai, in un mondo globale e complesso come è quello attuale.

Abbiamo problemi gravi di rispetto reciproco, di litigiosità quotidiana, di disimpegno etico; i social, in questo, sono un coltello che oggi viene maneggiato più per ferire e farsi largo che per rendersi utile in cucina. Ma non è questo il problema principale. E nemmeno gli sgomitamenti guerrafondai di Putin o le nefandezze che si scambiano Hamas e Netanyahu.

Il problema epocale di questi nostri tempi, occorre riconoscerlo, sono le migrazioni. Che avvengono ovunque, beninteso, non solo in Italia e nel Mediterraneo, ma anche in America Latina e in Estremo Oriente. La cause sono numerose; cambiamenti climatici che fanno fuggire le popolazioni dal sud del mondo, dittature inumane, guerre locali di origine tribale ignorate – ma talvolta persino pompate – dalle potenze economiche mondiali, speranza di risorgere a nuova vita. Le persone non rischiano la morte in mare per poco, e neppure per qualche legge dell’imitazione: lo fanno per fuggire il dolore e il dramma.

Certo, ci sarà sempre tra loro l’avventuriero che ne approfitta, che si nasconde fra gli addolorati per continuare a prevaricare, ma occorre guardare alla luna, non al dito. Il progressismo, sulle migrazioni, ha saputo fare poco. Gli stranieri e gli immigrati in Italia sono meno del 10% ma il 60% dei reati vengono commessi da loro.

Questo la sociologia lo ha spiegato già sessanta anni fa (Nuova Scuola di Chicago: Becker, Matza, Lemert, Goffman): se metti un soggetto all’angolo, se lo emargini, lui prima o poi reagirà in modo deviante. Pur di trovare uno spazio sociale. In realtà, il progressismo ha accolto, ma non ha saputo ospitare.

E fra accogliere e ospitare c’è la stessa differenza che passa tra ammassare migranti nei centri di raccolta, senza criterio, e dar loro un lavoro, un ruolo, una dignità all’interno della società. Se l’ospitalità non può essere realizzata a pieno, si creano solo frustrati che in qualche modo dovranno arrangiarsi: mettersi nelle mani di furfanti, accattonare fuori dei supermercati, infischiarsene delle regole più elementari come pagare un biglietto del tram.

Abbiamo i mezzi per ospitare tutti al meglio, senza togliere nulla ai cittadini? Qualcuno sostiene che domani avremo bisogno di tanto lavoro dagli immigrati, specie quello più modesto, per via di una forte crisi demografica e della tendenza dei nostri giovani a guardare sempre più in alto. Ma un ragionamento del genere è politicamente scorretto, piuttosto cinico e rischia di portare solo a nuove subordinazioni di classe che inducono comunque al conflitto sociale. Senza contare che c’è in giro un nuovo job killer, la AI, che rivoluzionerà le forme e la distribuzione del lavoro.

Ma c’è di più, molto di più. Sovente le migrazioni causano conflitti interculturali, quando si parte da valori di base molto differenti, come la laicità dello stato, il rispetto della Costituzione, la parità di genere.

Non ho mai fatto caso al colore della pelle del mio vicino, non me ne importa nulla del suo cibo halal, ma me ne importa molto se crede religiosamente che la donna sia poco più che un animale da tiro e vada comunque nascosta e umiliata. E’ inutile che il progressismo e il riformismo di sinistra invochino l’uguaglianza di genere, i diritti del lgtb+, il pacifismo, se poi tollerano che due terzi degli aspiranti cittadini d’Italia si comportino contrariamente, spesso anche con violenza, contro questi principi fondativi.

Secondo i riformisti e i progressisti di sinistra i diritti delle donne, in Italia, si fermano fuori delle moschee? Il rispetto della diversità può arrivare a questo? La Costituzione italiana può essere limitata, sul suolo italiano, dalla Sharj’a? Non è scritto nella Costituzione che c’è la libertà di pensiero e di religione purché non vengano trasgrediti i principi costituzionali fondativi?

Tutto questo ha dei costi politici. Perché è proprio questo confuso modo di affrontare il problema da sinistra che ha portato in Italia, e altrove in Occidente, l’estremismo di destra al potere o comunque a ingrossarne le file.

L’Occidente è un luogo di incertezze e di complessità – lo ha ben descritto Bauman – nel quale c’è poco spazio per quegli ideali che conducono al sogno e a un vago dettato morale, ma non sanno essere coerenti nell’organizzazione della convivenza sociale. L’Occidente è un luogo nel quale, piaccia o meno, vige la ricerca della semplificazione, dove la qualità della vita si misura innanzitutto sulla sicurezza, sul livello dei consumi, sulla moltiplicazione delle opportunità e sul rafforzamento dell’autostima (basta scorrere le indagini nazionali e internazionali a riguardo).

Così, il partito che assicura tali vantaggi è quello che  riceverà più suffragi. E questa strategia pragmatica che incontra le aspettative dei cittadini in cerca di ordine e di stabilità non è quella di sinistra – oggi troppo intellettualistica, troppo complicata, troppo contraddittoria – ma è quella della destra, specie di quella più populista.

Fra l’altro, I cittadini non hanno più una precisa identificazione di classe, come hanno certificato Touraine e Lyotard già quaranta anni fa, e soprattutto molti non vanno neanche a votare, ciecamente fidelizzati dai proclami del populismo.

Così i salvini, i vannacci, ma altrove gli orban, i fico, i trump, perfino gli smotrich (le minuscole non sono casuali, indicano una tipologia) alla fin fine sono il prodotto paradossale di una sinistra ora troppo salottiera e ritualistica nel suo pensiero critico, ora troppo presuntuosa e autoreferenziale e perfino un pochino “torquemada” nei suoi giudizi, per capire come la pensa la gente comune alle prese con i propri comuni problemi quotidiani.

Sestilio, saggio contadino della Tuscia, sentenziava anni fa che l’acqua scorre dove trova spazio. Anche, e forse soprattutto, l’acqua cattiva. E chi le fa, pur involontariamente, spazio si faccia un leale esame di coscienza e si assuma le sue responsabilità.

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