

TUSCIA – Ma vi siete chiesti che cosa ci faccia, oggi, un cavaliere errante tra le brulle, solenni solitudini dell’Alto Ionio, smarrito tra calanchi che paiono le rughe millenarie della terra e castelli medievali sospesi come nidi d’aquila sul blu cobalto del mare? Ce lo racconta una pellicola che definirei coraggiosa, quasi eversiva per i nostri tempi così disperatamente anestetizzati: il Don Chisciotte di Fabio Segatori. Un’opera che, dopo il debutto dello scorso marzo, sta compiendo un suo personalissimo e felice pellegrinaggio laico attraverso le sale d’Italia, risvegliando un calore di pubblico che credevamo perduto. E che si appresta a sbarcare – per una felice convergenza geografica e culturale – nel territorio viterbese, terra etrusca di tufo e di profonda storia, i prossimi 28 e 29 maggio, alla presenza stessa del suo demiurgo, il regista.
Vedete, accostarsi oggi al mito di Cervantes è un atto di puro eroismo intellettuale. Come non pensare immediatamente al tragico calvario produttivo di Terry Gilliam e al suo The Man Who Killed Don Quixote? Una vera e propria maledizione cinematografica durata trent’anni, una tempesta perfetta di sventure, fiumane di fango e caccia da caccia NATO che devastavano l’audio sul set, magnificamente documentata in quel monumento alla frustrazione artistica che fu il documentario Lost in La Mancha. Lì dove il genio visionario di Gilliam affogava nei disastri meteorologici e nelle logiche spietate dei grandi contratti assicurativi industriali, Fabio Segatori compie una scelta radicale, squisitamente artigianale ed endogena. Scommette sulla potenza di una produzione che si muove deliberatamente al di fuori dei circuiti industriali dominanti, dimostrando che per combattere i giganti non serve il gigantismo di Hollywood, ma la forza d’inerzia del testo classico.
Il capolavoro di Miguel de Cervantes possiede d’altronde una genesi straordinaria che il film ha l’acume di rammentarci fin dal principio. Siamo nel 1571. La grande Storia si compie nelle acque di Lepanto, e il giovane autore giace ferito nell’ospedale di Messina. È tra i fumi della febbre, tra il dolore vero della carne e le allucinazioni della mente, che prende forma la magnifica ossessione di Don Alonso Chichano, l’uomo che decise di farsi mito per non morire di pura realtà. Una sequenza, questa, girata in un autentico maniero cinquecentesco finalmente riaperto al mondo dopo anni di oblio; una scelta metodologica che rivela l’approccio non già archeologico, bensì squisitamente vitale, del regista.
Qui non troverete le patinature rassicuranti dell’industria, né i pixel senz’anima della dilagante Intelligenza Artificiale. No, diamine! Questo è un film fisico, materico, direi quasi tattile. C’è un’ostinazione che commuove: pensate che per il celeberrimo scontro con i mulini a vento – qui intesi come incarnazione del perfido mago Freston, eterno nemico della Giustizia e della Libertà – è stato eretto un vero ordigno di legno alto dodici metri. E lassù, appeso a testa in giù nel vuoto, c’è Alessio Boni in carne e ossa, mica un pupazzo digitale! Boni affronta il ruolo con una verosimiglianza e una sincerità interpretativa rare, restituendoci tutta la nobile e dolente magrezza del “cavaliere dalla trista figura”.
Al suo fianco, la terra si fa uomo in Fiorenzo Mattu, un Sancio Panza d’una carica umana toccante, sedotto dalla promessa un po’ fanciullesca di un castello da governare, ma fedele custode della follia del suo signore. E che meraviglia il contrappunto dei volti che li circondano, un mosaico umano di straordinaria caratura: la ieraticità intramontabile di Angela Molina, il realismo visionario di Marcello Fonte, l’eleganza colta di Galatea Ranzi e la misura geometrica di Carlo De Ruggieri, fino alle splendide debuttanti Gabriella Bagnasco e Martina Molinaro, rispettivamente una Dulcinea ideale e una provocatoria Altisidora.
Ma il vero colpo di genio, l’elemento che avrebbe fatto sobbalzare di gioia i grandi viaggiatori del Grand Tour, è la scelta dei luoghi. Il Sud Italia – tra la Lucania arsa dal sole e le asprezze pittoresche della Calabria – cessa di essere una mera quinta teatrale per farsi co-protagonista assoluto. I calanchi scavati dal vento diventano l’altopiano della Mancia; le fiumare e le spiagge incontamate tracciano i confini di un altrove mitico ma dolorosamente reale. È una produzione indipendente, questa di Baby Films con Rai Cinema e il sostegno del MIC e delle Film Commission locali, che scommette tutto sulla potenza della parola classica e sullo stupore dello sguardo.
Fabio Segatori ci lancia una provocazione che merita una riflessione profonda: «Chi non si è mai sentito uno sciocco idealista in un mondo governato dall’avidità e dalla sopraffazione?». Intorno al Cavaliere c’è il deserto, un Medioevo dello spirito che non finisce mai. Chisciotte viene infine sconfitto, sbeffeggiato, ricondotto a casa in una gabbia come una fiera pericolosa. Muore, certo, perché un mondo privo di ideali non merita di essere vissuto. Ma se Gilliam si era perso nei miraggi di una produzione ipertrofica, naufragando nella sua La Mancha spettrale, Segatori ritrova la rotta piantando i piedi nella pietra e nella polvere del nostro Mezzogiorno. Nell’epilogo, quando Cervantes riapre gli occhi nella notte siciliana, comprendiamo il senso profondo dell’operazione: dal dolore e dalla follia è nato il sogno ostinato di un’humanitas più libera.
La libertà, dopotutto, è un esperimento nuovo. Un esperimento a cui, forse, vale ancora la pena di abituarsi. Andate a vederlo.
INFO APPUNTAMENTI NELLA TUSCIA:
VITERBO / VITORCHIANO – CINETUSCIA VILLAGE
Giovedì 28 Maggio, ore 20.00
Proiezione speciale ed incontro-dibattito con il regista Fabio Segatori.
BOLSENA – MULTISALA MODERNO
Venerdì 29 Maggio, ore 21.00
Proiezione speciale ed incontro-dibattito con il regista Fabio Segatori.
Distribuzione e produzione a cura di Baby Films.

















