

VITERBO – È il tempo delle pagelle in tasca e dello zaino che finisce, finalmente, in un angolo a prendere polvere. Per le famiglie viterbesi, però, la chiusura dei cancelli scolastici non coincide con il relax, ma con l’inizio di una partita a scacchi giocata sul filo dell’organizzazione. La scuola chiude e, per i genitori che lavorano, scatta la corsa frenetica alla ricerca di soluzioni per gestire i figli. Un’operazione che si muove tra esigenze di conciliazione, voglia di socialità e, inevitabilmente, i conti con il portafoglio.
Sul mercato viterbese l’offerta è un mosaico variegato, cucito su misura per “diverse tasche”. Da una parte troviamo i centri estivi gestiti da associazioni sportive o privati, che puntano sulla qualità dei servizi, orari prolungati e attività specifiche. Qui la retta settimanale viaggia tra gli 80 e i 130 euro; un costo che, proiettato sull’intero mese, porta l’esborso a toccare punte di 500 euro a figlio. Una cifra importante, paragonabile ormai al costo di un mutuo, che pesa come un macigno sul bilancio familiare, rendendo la scelta del centro estivo una decisione sofferta e tutt’altro che scontata.
Dall’altra c’è il grande, inossidabile ammortizzatore sociale del territorio: il Grest parrocchiale. Le nostre parrocchie – dalla Sacra Famiglia a San Leonardo Murialdo, fino a Santa Barbara – si confermano ancora una volta la rete di salvataggio più efficace. Con costi contenuti, compresi tra i 35 e i 60 euro a settimana, riescono a garantire un presidio educativo e ludico fondamentale, dove il volontariato supplisce laddove le risorse mancano.
Ma la domanda resta: cosa succede quando finisce giugno e si spengono le luci anche negli oratori? Agosto rimane il grande, irrisolto buco nero.
Il dibattito sulla “scuola aperta d’estate”, lanciato con forza dal Ministro Valditara, da queste parti suona ancora come una suggestione lontana. Certo, si osservano alcuni timidi esperimenti: in un numero ristretto di istituti del capoluogo si sta provando a tenere aperte le aule, ma parliamo di progetti con numeri di partecipanti ancora molto contenuti e confinati ai margini della stagione estiva, giugno e settembre.
Il freno, oltre alle questioni organizzative, è strutturale. I nostri edifici scolastici, spesso datati e raramente dotati di impianti di condizionamento efficienti, diventano autentiche serre quando il termometro sale. Senza una manutenzione straordinaria che renda gli spazi abitabili anche sotto il sole di luglio e agosto, la scuola aperta resta un miraggio, un desiderio che si scontra frontalmente con il caldo torrido della Tuscia.
E allora, in attesa che la politica trovi soluzioni strutturali, la tenuta del sistema continua a poggiare sulle spalle dei soliti noti. I nonni, primo e insostituibile pilastro del welfare domestico, o il complicato incastro delle ferie dei genitori. Mamma e papà costretti a un gioco di prestigio con i giorni di riposo, alternandosi per coprire quel vuoto che la società, al momento, non è ancora capace di colmare. Perché, nella realtà di tutti i giorni, il ponte tra la fine della scuola e il rientro a settembre resta un sentiero stretto, che le famiglie viterbesi percorrono ogni anno con spirito di sacrificio e un pizzico di sana, ostinata ingegnosità.

















