

VITERBO – A guardare le carte del secondo trimestre di questo benedetto 2026, verrebbe quasi da mettersi a cantare l’Inno di Mameli, se non fosse che l’Italiano, e l’alto-laziale in particolare, è creatura scettica, diffidente e refrattaria agli entusiasmi facili. Eppure, i numeri parlano chiaro. A Viterbo si registra un saldo positivo di 123 unità; a Rieti si respira con 54 aziende in più. Non siamo di fronte a una rivoluzione copernicana, siamo d’accordo. Ma in un Paese che ha fatto dell’arte di arrangiarsi una scienza esatta, questo timido risveglio somiglia maledettamente a una promessa di sopravvivenza.
Prendete Viterbo. La provincia della Tuscia porta il suo bel carico di 36.027 imprese registrate. Cresce dello 0,34%. Niente di sfolgorante, per carità. Ma andate a vedere dove cresce. Il commercio tradizionale, quello della bottega sotto i portici con la saracinesca mezza inchiodata e il vecchio banco di formaggi, arranca con un -0,64% che sa di resa dei conti. La manifattura tossisce (-0,79%). Ma a tirare la carretta ci pensano i signori dei numeri: le attività finanziarie e assicurative volano all’1,68%, seguite a ruota dall’ingegno scientifico, professionale e tecnico (+1,12%). Insomma, l’Alto Lazio dismette la tuta da operaio unta di grasso e indossa, non senza un certo imbarazzo, il colletto bianco.
E Rieti? Rieti non sta a guardare. Si ferma a quota 14.038 imprese, ma mette a segno un +0,39% che fa invidia a piazze ben più blasonate. Qui a fare la voce grossa sono le costruzioni (+0,96%), quasi che la pietra sabina avesse deciso di rimettersi in piedi da sola, mattone dopo mattone, incurante di inflazioni e governi amici o nemici.
Ma la vera notizia, quella che farebbe rizzare i capelli a qualsiasi sociologo da salotto, non è tanto il chi, quanto il come. Nell’Alto Lazio si muore di ditta individuale e si rinasce società di capitali.
È una metamorfosi antropologica prima ancora che economica. Il vecchio capostipite che apriva la partita IVA con la sola forza delle proprie braccia e i debiti intestati alla moglie cede il passo a strutture più solide, asettiche, protette da una srl. A Viterbo le società di capitali corrono allo 0,90% (sfiorando quota 8.864); a Rieti fanno ancora meglio, piazzando un +1,05% che batte persino la media nazionale.
Signori miei, è il trionfo della carta bollata. Si fa sul serio. Si mettono le spalle al riparo. Non c’è più spazio per l’eroismo solitario: o ci si organizza con le spalle coperte da un capitale sociale, o si soccombe.
E mentre la politica nazionale si accapiglia sui massimi sistemi televisivi, qui tra i monti Cimini e la conca reatina la gente continua a fare i conti con la realtà. I dati Movimprese lo dimostrano nero su bianco: l’Alto Lazio non grida al miracolo, ma non molla un centimetro. E in fondo, in questo stivale stanco, è già un gran bel vedere.

















