
di David Sciuga
VITERBO – Leonardo come l’uomo della modernità, più vicino a noi di quanto non lo fossero stati altri grandi come Giotto, Raffaello e Michelangelo, questo è il filo rosso dell’appassionante lectio magistralis di Vittorio Sgarbi al Teatro San Leonardo di Viterbo, davanti a una folla gremita ipnotizzata dal suo travolgente eloquio.
Leonardo era un dilettante che si cimentò nei campi più disparati dello scibile umano, riuscendo sempre a brillare, ma senza mai limitarsi a una sola attività. Forse l’unica costante per lui fu data dal disegno, dai suoi schizzi sono partiti sia molte delle sue opere artistiche che i suoi non meno famosi progetti ingegneristici e studi anatomici, insieme alla pittura.
La sua opera più famosa, La Gioconda, che non rappresenta una persona ma è persona essa stessa. Tutti l’hanno vista prima in foto, è il primo caso di in cui paradossalmente in cui la riproduzione è l’originale: l’immagine della Gioconda assurge così da realtà fisica a interiore. Leonardo con la sua opera è giunto in competizione con dio: se il modo trovato dall’uomo comune per sfuggire alla morte è la fede, per l’artista è la creazione artistica, che continua quella divina: l’artista nell’atto creativo è simile a Dio e grazie ad esso può sopravvivere alla morte.
Leonardo fu un genio dell’imperfezione: a lui non interessava raggiungere la perfezione in una singola opera ma continuare il suo processo di ricerca verso il mistero del mondo. A lui bastava l’intuizione piuttosto che soffermarsi a creare l’opera completa. Il suo pensiero era sublime e sapeva che nessuna mano poteva riprodurlo, una volta raggiunta questa consapevolezza il suo lavoro poteva dirsi completo e poteva dedicarsi al prossimo progetto.
L’intelletto viene visto come pensiero assoluto capace di aumentare la realtà esistente non in virtù della mano ma in virtù del pensiero stesso.
Fu un grande dilettante che non amava adempiere consegne precise ma esigeva che la sua creatività e la sua sete di sapere potessero andare a briglie sciolte, senza pastoie di sorta. Fu moderno non solo nelle idee, spesso troppo avanti per i suoi tempi, ma anche per il modo di intendere il ruolo dell’artista: lui non era succube del suo mecenate, ma non esitava a guardare negli occhi Ludovico il Moro, instaurando con lui un rapporto paritario: sapeva benissimo che il patrimonio costituito dalle sue idee non è inferiore a quello materiale.
Pochi sanno che giunse a Milano come musicista, purtroppo non è possibile ascoltare la sua musica ma suonava la lira, sappiamo inoltre che era considerato inarrivabile nel comporre in rima. Era solito acquistare gli uccelli, così per poter loro donare la libertà: la dimensione del suo intelletto era libero da ogni schema da non poter accettare che venga negata la libertà altrui. In Francia venne accolto come filosofo: non avendo un campo specifico d’elezione non poteva che definirsi un amante del sapere, teso com’era verso la comprensione del mistero del mondo. Impresa così titanica che fu la costante della sua vita, ma che era troppo grande anche per l’immensità del suo genio.
Il suo autoritratto sembra proprio la confessione di questo fallimento: lo sguardo appare spento, la bocca assume una piega amara. Questa è l’ammissione della sconfitta di chi si trova costretto ad ammettere a se stesso e al mondo di non aver trovato il bandolo della matassa, di non aver raggiunto l’obiettivo finale delle sue sperimentazioni artistiche e dei suoi studi multidisciplinari.
Eppure si tratta di una sconfitta che si tramuta in vittoria: ne La Scuola di Atene, opera corale immortale di Raffaello, ha al centro Platone e Aristotele. Il secondo ha un dito verso il basso a indicare la terra mentre il secondo lo punta verso l’alto a indicare il cielo, sede del mondo delle idee: Platone ha le sembianze di Leonardo, gigante del pensiero che dedicò la sua vita al potere delle idee.
Qui sta la modernità di Leonardo, ancor più che nella grandezza delle sue intuizioni perché “non si può dare nessun futuro e nessun governo senza le idee. Con l’ignoranza non si fabbrica” conclude un accorato Sgarbi, capace di tenere incollati a sé gli occhi della sala, ammaliata dalle sue qualità di grande divulgatore e vero amante dell’arte.


















