

SPECIALE – Torniamo ai banchi di scuola. Ognuno di noi, nessuno escluso, ha incrociato sul proprio cammino un verso che risuona come un’epifania: “Armi canto, e ‘l valor del primo eroe…”. È l’inizio dell’Eneide. Noi pensiamo a Virgilio, pensiamo a Mantova, pensiamo alla Roma augustea. Ma la musica che risuona nelle nostre orecchie non è il latino dei cesari. È l’italiano, anzi, è l’endecasillabo sciolto di un marchigiano formidabile che a Viterbo e nei suoi dintorni ha consumato i migliori anni della sua intelligenza: Annibal Caro.
Ecco il punto. Tutti abbiamo studiato Virgilio sulla sua traduzione del 1566. Un’operazione non da filologo polveroso, badate bene, ma da vero intellettuale rinascimentale. Caro non traduce: reinventa. Prende la severità latina e la trasforma in una sinfonia barocca, liquida, digeribile per i secoli a venire. Un capolavoro di design linguistico.
Ma questo genio assoluto, questo intellettuale raffinatissimo, dove bazzicava? Dove trovava l’ispirazione per dare ritmo ai viaggi di Enea? Ma proprio qui, nel Viterbese. La Tuscia è stata la sua vera officina creativa.
Annibal Caro non era un letterato da torre d’avorio; era un uomo di mondo, un diplomatico, il segretario personale del cardinale Alessandro Farnese il Giovane, quel “Gran Cardinale” che stava ridisegnando la geografia del potere e dell’arte nel Lazio settentrionale. Immaginate la scena: Caro che si sposta da Viterbo a Bagnaia, frequentando quel giardino di delizie che diventerà Villa Lante, respirando l’aria frizzante dei Monti Cimini. Nelle sue Lettere Familiari – che sono un diario antropologico straordinario dell’epoca – descrive questi luoghi con l’occhio di chi ne apprezza la quiete, il buon vino e la sofisticata solitudine.
Ma il vero monumento alla sua intelligenza visiva, prima ancora che letteraria, si trova a pochi chilometri da Viterbo: a Caprarola. Quando i Farnese decidono di trasformare una fortezza austera in quel palazzo pentagonale che è il Palazzo Farnese, una delle meraviglie del mondo, a chi si affidano per il programma iconografico? Ad Annibal Caro. È lui l’architetto della mente. È lui che decide cosa dipingere nella Stanza dell’Aurora o nella Stanza dei Fasti Farnesiani. Suggerisce i miti, i colori, i messaggi subliminali politici. I pittori come gli Zuccari eseguono, ma la regia intellettuale è tutta sua.
E poi c’è il Caro uomo di Stato. Nel 1554 i Farnese lo mandano a fare il Governatore a Orte. Immaginatelo questo poeta, abituato alle finezze della corte papale, che si ritrova ad amministrare la giustizia, a sedare le rissosità locali, a gestire i dazi sul Tevere in quel borgo arroccato sulla roccia. Eppure lo fa con la stessa eleganza con cui maneggia i versi di Virgilio.
La Tuscia farnesiana è stata per Annibal Caro la seconda patria. E noi, oggi, quando guardiamo gli affreschi di Caprarola o quando ripensiamo ai versi dell’Eneide, dobbiamo renderci conto che stiamo guardando e leggendo la Tuscia del Cinquecento. Quella sintesi perfetta tra natura selvaggia, rigore classico e arguzia tutta italiana.

















