
di Francesco Mattioli
Comincio a temere che l’Italia si stia avviando a essere sempre più disponibile a una dittatura, almeno di fatto. Forse, a ben vedere cosa accade in altri Paesi, sedicenti democratici, si tratta di una tendenza planetaria, forse andiamo verso uno dei tanti futuri distopici descritti dalla fantascienza di questi anni. Ma restiamo all’Italia.
Che all’appuntamento elettorale per designare un’amministrazione regionale, cioè un’amministrazione le cui decisioni ricadranno direttamente sui destini specifici dei singoli cittadini di una regione, si presenti meno della metà degli elettori, è terribile (dal dizionario: “che incute angoscia e terrore per un pericolo imminente”). Come minimo, a un cittadino su due non importa assolutamente nulla di ciò che decidono sulla sua testa, tanto si adatterà a quel che passa il convento, purché questo gli consenta di vivere tranquillamente il suo trantran quotidiano, e salvo a scuotere la testa (solo per pochi istanti) di fronte a questo o quel fatto di cronaca che non si addice alle sue aspettative.
Insomma, un avvilente qualunquismo (ancora dal dizionario: “atteggiamento di generica svalutazione di qualsiasi impegno ideologico e
politico”) e chissenefrega di quel che fanno i politici: basta che siano disponibili ad elargire panem et circenses.
Se poi la metà di quelli che si recano alla urne vota per una scelta populista, decisionista, verticistica e autoritaria, sarà veramente una sparuta minoranza a celebrare la democrazia e il progresso. E si sa: in un regime “democratico” vince la maggioranza. Anche quella silente, e quindi di fatto connivente con chi va a governare, qualsiasi cosa faccia. Sarebbe interessante contare quanti sono gli operai, i ferrovieri, i medici, gli avvocati, i magistrati, gli insegnanti, gli agricoltori, gli esercenti, gli studenti maggiorenni, i maitres à penser de noantri, che, oltre a fare scioperi, manifestazioni, proclami e lettere al direttore, sono andati a votare in questi ultimi tempi.
In realtà, oggigiorno, chiunque sieda ai vertici del governo di una regione, ma anche di una città, lo fa a prescindere dal consenso reale. Basta un voto in più a favore in quella risicata fetta di elettori che sono passati dalle urne. Dice il vincitore: “mi godo questo 56% di suffragi, una vittoria schiacciante”; solo che il 56% del 46% che ha votato è il 26% … Dicono tutti, il giorno successivo alla vittoria elettorale: “Sarò il
Presidente (o il Sindaco) di tutti”; intanto, dovrebbe essere ovvio, in democrazia e non ci sarebbe bisogno di dirlo.
Ma poi, tutti chi? Sempre quelli che sono andati a votare, cioè una minoranza… mah. D’altronde, oggigiorno, per il successo politico è decisiva soltanto la capacità di non pregiudicare l’attuale livello dei consumi e di non fare indebita irruzione nel privato del cittadino medio.
Certo, ci saranno manifestazioni di piazza che rivendicheranno a sé la logica della lotta e la difesa della democrazia: poco più che una ritualità senza esiti reali, anzi talvolta mal sopportata dal cittadino medio se significa subire l’interruzione di qualche servizio, la difficoltà di accesso a certi spazi urbani, trovarsi suo malgrado coinvolto in uno scontro tra manifestanti e forze dell’ordine o inorridire di fronte a certe provocazioni, che si tratti della strada o di un museo.
Certo, ci saranno i salotti buoni e i circoli esclusivi dove gli intellettuali del politicamente corretto si interrogheranno fra loro, scandalizzati sulle derive del mondo e sul perché l’insegnamento di grandi maestri del pensiero non sfondino a maggior gloria del rinnovamento; e ci scriveranno su magari anche un libro, da presentare in tivvù o nei festival letterari.
Gli uni e gli altri, nelle varie forme di autoreferenzialità che esibiscono, forse non si rendono conto che sono proprio i loro rituali a fare spazio al decisionismo populista, al frettoloso giustizialismo, all’assenteismo elettorale, quindi a consegnare il paese alle forme evolute – quelle da XXI secolo – dell’autocrazia e della dittatura.
Preoccupa che queste tendenze vadano anche contro la logica – l’unica rimasta per sopravvivere su un pianeta sempre più sconvolto – dello sviluppo sostenibile. Qui non c’è solo un consesso di autocrati sparsi tra Asia e Americhe che vuole riaprire il mercato del carbone e del petrolio alla faccia dell’ultima, risibile Cop 29; in Italia c’è chi briga per riaprire le centrali nucleari, magari promettendo sconti sulle utenze
energetiche…
Altro che verdi preoccupazioni perché una distesa fotovoltaica ruba suolo incolto all’agricoltura o pale eoliche che pregiudicherebbero il paesaggio e sarebbero un pericolo per gli uccelli migratori… ma questa è un’altra storia.
Di chi è la colpa se il governatore di una regione o un sindaco – non dico un presidente del consiglio, forse istituzionalmente troppo distante dalla vita quotidiana del signor o della signora Rossi – governano con un venticinque/trenta per cento risicato di suffragi? Credo che la colpa sia proprio di chi in realtà – a parte certi mugugni che sembrano quelli concessi un tempo ai galeotti ai remi – si disinteressa del diritto di voto e la domenica preferisce “andare al mare” anche a novembre inoltrato piuttosto che recarsi al seggio elettorale.
Ma è anche la colpa di chi, a questa gente delusa, disinteressata o distratta, non offre un aggancio di realismo, di speranza, di entusiasmo, di unità; di chi presenta campi tanto larghi da essere indefiniti; di chi si sofferma sulle sottigliezze e di chi si rivela saccente più che sapiente; di chi esalta la diversità costruttiva, ma in realtà chiude le porte all’eterodossia; di chi trasforma la politica in un gioco di ripicche ad personam; di chi fa spettacolo piuttosto che sostanza: insomma, per dirla con un noto adagio popolare, di chi predica bene e razzola male.
Mi dispiace per coloro che, ottant’anni fa, sono morti per garantirci il diritto inalienabile – e il gusto democratico – di votare liberamente.


















