
Elena
di Euripide
12/8/2024
di Matilde Massarenti
FERENTO – I luoghi comuni son duri a morire: quando si dice Euripide si pensa tragedia, e tragedia sia. Persino i più illuminati tra gli studiosi proprio non riescono ad associare il termine “commedia” a un’opera dell’autore greco: al massimo, come in questo caso e a denti stretti, la definiscono “tragicommedia”.
Ma cos’ha di tragico l’Elena euripidea? La trama, in sintesi: non fu Elena ad essere rapita da Paride, ma una sua immagine creata da Era. Elena vive sana, salva e soprattutto fedele sulle rive del Nilo, ospite del defunto Proteo che ne rispettò la virtù e insidiata dal di lui figlio, Teoclimeno. Su queste rive approda Menelao, marito di Elena, dato per disperso per sette anni dopo la caduta di Troia.
I due si riconoscono e ordiscono una trama per fuggire insieme verso Sparta. La trama riesce. Fine. L’Elena di Euripide ha tono di commedia, senza ombra di dubbio. Non un morto, non una catarsi finale, non un grande monologo tragico; curiosamente, nell’allestimento ferentano, non un deus ex-machina, che pure Euripide aveva previsto incarnandolo nei Dioscuri che fermano la mano di Teoclimeno nell’atto di uccidere la sorella Tenoe, indovina, che sebbene conscia del ritorno di Menelao l’aveva taciuto al fratello per rispettare il volere di Era: volendo esser obiettivi forse è questo l’unico istante di tragedia, ma appena sfiorata e repentinamente sventata, presente nel testo.
L’Elena vista a Ferento poteva contare su un cast solidissimo: eccellente il Menelao di Ruben
Rigillo e intollerabile, come richiesto dal copione, il Teoclimeno di Alessandro d’Ambrosi, mentre Gaspare di Stefano riuscì con maestria a dar spessore al breve ruolo di Teucro.
Concludeva la parte maschile dello spettacolo il prezioso cameo di Mariano Rigillo, salutato da un applauso di sortita, che fu un messaggero capace di portare sulle sue spalle la narrazione della fuga di Menelao ed Elena al punto di convincerci di averla anche noi vista, con i suoi occhi.
Ma se bravi furono gli attori a dar vita ai monodimensionali personaggi maschili della commedia (ché certo gli uomini in Euripide non fan mai gran figura, racchiusi in un universo fatto di potere, di possesso, di patria, ai nostri tempi diremmo – con brutta invenzione lessicale – “di maschi alfa”) ancor più van lodate le donne, che della trama sono vero motore e cardine e che certo son state molto meglio servite dall’autore: la protagonista, Silvia Siravo, fu capace di scolpire ogni sillaba del testo e di restituirci un personaggio di donna vera e credibile in ogni suo aspetto, Chiara Barbagallo e Anna Lisa Amodio furono irresistibili nell’incarnare la serva di Teoclimeno e la schiava di Menelao.
Una particolare menzione va ad Anna Teresa Rossini, che alla sortita finale vedemmo presentarsi con l’aiuto di stampelle: mai avremmo immaginato che il passo lentissimo e la ferma voce dell’attrice nascondessero un temporaneo disagio fisico, nemmeno per un attimo ella diede mostra di star soffrendo. Una dedizione e una professionalità dinanzi la quale ci sentiamo di inchinarci.
Di ogni attore non si perse una sillaba, avendo il regista Anzelmo optato per una recitazione di sapore epico, da teatro “all’antica”, cosa di cui gli sono molto grata in giorni in cui si tende a render tutto più familiare. Quanto e come questo testo potrebbe trovar giovamento dall’esser recitato con toni di commedia è cosa che, temo, non sapremo mai, anche se Rossini ce ne diede un gustoso assaggio con la sua resa della battuta contro Afrodite “Ho votato la mia vita alla castità, dunque io e la Dea non abbiamo nulla in comune”.
Pur apprezzando l’idea di far “cantare” il coro, certo per mio limite non riuscii a comprendere il filo conduttore seguito dal compositore delle musiche di scena che accompagnavano tale canto, musiche che a me parsero talvolta una reinvenzione di certo settecento minore e talaltra, come nel finale (e se l’intenzione fu quella di divertire, di certo mi divertì), pericolosamente somiglianti a certi coretti che segnano il lieto fine di un cartone animato di casa Disney.
Lunghi applausi e ripetute chiamate alla ribalta segnarono la fine della serata e, con essa, anche quella della parte dedicata alla prosa del cartellone Ferentano.


















