
IL DOMENICALE – Alle tre del pomeriggio il quartiere sembra scomparire, i palazzi popolari trattengono il calore accumulato durante la mattina, il cemento dei cortili restituisce una luce bianca che costringe a socchiudere gli occhi, le automobili sono ferme sotto il sole, le serrande dei pochi negozi sono abbassate e nel piccolo giardino tra i caseggiati non c’è nessuno, neppure i bambini che durante il resto dell’anno gridano inseguendo un pallone. Si sente soltanto il ronzio dei condizionatori accesi negli appartamenti che possono permetterseli e, ogni tanto, il rumore di un autobus che passa quasi vuoto lungo la strada principale.
Al quarto piano di una delle palazzine, in un appartamento di edilizia popolare senza ascensore, Anna è seduta vicino alla finestra, ha ottantadue anni, una vestaglia leggera e i capelli raccolti dietro la nuca, davanti a lei gira un vecchio ventilatore bianco, comprato molti anni prima in un supermercato. Le pale fanno rumore, vibrano e spostano l’aria calda da una parte all’altra della stanza, senza riuscire a rinfrescarla. Sul tavolo ci sono una bottiglia d’acqua, un bicchiere, tre pillole appoggiate sopra un tovagliolo e la bolletta dell’elettricità, lasciata aperta da alcuni giorni, come se guardarla ancora potesse renderla meno pesante.
Anna dovrebbe bere di più, glielo ripetono il medico, la farmacista e la televisione, ma ogni bicchiere significa alzarsi, attraversare il corridoio, raggiungere il bagno appoggiandosi ai mobili, poi tornare indietro con le ginocchia che fanno male. Anche una casa piccola, quando si è soli e il caldo toglie il respiro, può diventare improvvisamente enorme. La finestra è socchiusa, ma dalla strada non entra aria, soltanto l’odore dell’asfalto e dei cassonetti, la tenda rimane immobile, il muro di fronte riflette il sole e sembra più vicino del solito.
Al mattino la giornata è più sopportabile, arrivano le voci delle vicine, il rumore delle scope sui pianerottoli, qualcuno porta fuori il cane, il ragazzo del bar sistema i tavolini, Anna qualche volta riesce a scendere a comprare il pane, affrontando lentamente le scale e fermandosi a ogni piano. Incontra la cassiera, saluta una donna sul portone, scambia due parole sul caldo e sul prezzo della frutta, sono conversazioni brevi, quasi insignificanti, ma quando torna a casa sente di aver partecipato almeno per qualche minuto alla vita del quartiere. Alle tre, invece, non resta nessuno, i pianerottoli sono deserti, le porte chiuse, il cortile vuoto e il tempo sembra depositarsi sui mobili insieme alla polvere.
La figlia vive a Roma e telefona quasi ogni sera tornando dal lavoro, parla dal viva voce dell’automobile, chiede se ha mangiato, se ha preso le medicine, se ha bevuto abbastanza, Anna risponde sempre di sì, anche quando non ricorda bene. Il figlio abita al nord, ha il lavoro, i figli, il mutuo, forse verrà ad agosto, forse soltanto per qualche giorno, Anna comprende tutto, ha trascorso la vita a comprendere le ragioni degli altri e a nascondere le proprie necessità. Sul frigorifero è attaccato un foglio con alcuni numeri scritti in grande, la guardia medica, la farmacia, i servizi sociali, la parrocchia e una volontaria che le ha detto di chiamare per qualsiasi bisogno, anche soltanto per parlare.
Anna aveva sorriso, perché non si chiama qualcuno soltanto per parlare, si chiama quando si cade, quando manca il fiato, quando il dolore diventa insopportabile, la solitudine invece non sembra mai abbastanza grave, non arriva con una sirena, non compare nelle analisi e non lascia lividi che qualcuno possa vedere. Sul mobile c’è la fotografia del marito, morto da nove anni, sono insieme al lago di Bolsena, lui indossa una camicia chiara e lei ride con gli occhiali da sole, Anna non ricorda più che cosa avesse detto per farla ridere, ricorda però il vento che veniva dall’acqua, la tovaglia che si sollevava e la sensazione che il pomeriggio non dovesse finire mai.
Accende la televisione, un uomo in giacca mostra una cartina rossa e invita gli anziani a non uscire nelle ore più calde, Anna spegne subito, non uscire è un consiglio facile per chi sa che, dietro una porta chiusa, c’è comunque qualcuno con cui parlare. Guarda il telefono, potrebbe chiamare la vicina, ma forse riposa, potrebbe chiamare la parrocchia, ma non saprebbe cosa dire, buon pomeriggio, sono Anna e non ho bisogno di niente, resta così con la mano vicino all’apparecchio, mentre il ventilatore continua a muovere aria calda.
Poi il campanello suona, una volta sola. Anna attraversa lentamente il corridoio e domanda chi è, dall’altra parte risponde Luca, il ragazzo del piano di sopra, ha diciassette anni e tiene in mano un contenitore di plastica, sua madre ha preparato la macedonia e dice che deve mangiarla subito, prima che si rovini. Anna lo ringrazia, lui resta fermo sul pianerottolo e le chiede se va tutto bene, lei sta per rispondere di sì, come sempre, poi guarda la stanza vuota alle sue spalle e dice soltanto che fa molto caldo, Luca annuisce, Anna apre di più la porta e gli domanda se vuole entrare un momento.
Il ragazzo si siede vicino alla finestra, lei prende un secondo bicchiere e divide la macedonia in due piatti, fuori il quartiere resta immobile, il sole continua a battere sui muri e il ventilatore continua a spostare aria calda, ma nella stanza adesso ci sono due voci e le tre del pomeriggio cominciano finalmente a passare.


















