
Viterbo, città di Papi e di silenzi operosi, si è scoperta di colpo bacchettona. E dire che dalle sue parti di colpi di scena ne ha visti parecchi, ma mai avrei pensato di assistere a una tale levata di scudi per una comparsata – sia pure chiassosa – di Giuseppe Cruciani.
L’Arci, custode di un moralismo che ha il sapore di una sagrestia laica, ha sentito il bisogno di mettere nero su bianco il proprio sdegno. Si sono sentiti offesi, turbati, quasi violati nelle loro convinzioni dalle parole di questo giornalista che, da anni, fa esattamente ciò che ci si aspetta da lui: il Cruciani. Ripete, in un flusso che è ormai una litania radiotelevisiva, le stesse provocazioni, gli stessi slogan, le stesse spigolosità. E allora, mi chiedo, dove sta lo scandalo? Lo scandalo non è in ciò che dice, ma nella sorpresa di chi, pur conoscendolo da tempo, finge di scoprire l’acqua calda e si straccia le vesti come se avesse ascoltato una bestemmia in un tempio sacro.
La verità, amici miei, è che Cruciani è un “personaggio”. E come tutti i personaggi, vive di ossigeno provocatorio. È un attore che recita un copione noto a tutti; chi lo invita sa cosa compra, chi ascolta sa cosa riceve. Reagire con lo sdegno è il regalo più bello che si possa fare a un uomo che, di quella reazione, ha fatto il proprio mestiere. È proprio l’effetto che cerca, l’unica benzina capace di far correre il suo motore. Se lo ignoraste, finirebbe per parlare ai muri. Ma voi, no: preferite l’indignazione, che è il passatempo preferito di chi non ha più argomenti per battere l’avversario sul piano del pensiero.
E poi c’è Filippo Rossi, il “Caffeina-man”, che scende in campo a difendere il fortino. Rossi ribatte con un elenco che sembra la lista della spesa di un libraio onnivoro. Dice: “Guardate chi è passato di qui, da Sangiuliano a Saviano, da Feltri a Travaglio!”. E ha ragione, perdio. Ha ragione nel dire che chiamare “pensiero unico” una sfilata così eterogenea è una sciocchezza. Si può discutere Rossi, si possono criticare i suoi metodi, le sue ambizioni, persino la sua “misticanza” che a volte puzza più di pasticcio che di banchetto. Ma accusarlo di aver costruito una caserma è, tecnicamente, una falsità.
Cultura, cari miei, è proprio questo: il fastidio di ascoltare chi non la pensa come noi. Se cercate solo il coro che vi dà ragione, non state facendo cultura, state facendo “manutenzione della vostra comfort zone”. La cultura è un campo di battaglia dove si scambiano colpi, non un circolo ricreativo dove ci si scambiano convenevoli.
L’Arci e i suoi epigoni temono il “monopolio”, ma la loro vera paura è la complessità. Preferirebbero un mondo in cui le idee fossero sterilizzate, asettiche, preventivamente controllate. Ma la vita – e la cultura che ne è lo specchio – è “sporca”, disordinata, spesso irritante. Chi non accetta questa verità, chi si scandalizza perché un microfono è stato dato a chi urla cose che non piacciono, ha semplicemente paura della libertà. Perché la libertà, piaccia o meno, comporta anche il diritto di sentirsi dire scemenze, o cose che riteniamo tali.
Viterbo, insomma, sta perdendo tempo in un battibecco da bar. Mentre l’Arci si indigna per Cruciani e Rossi risponde con l’elenco degli invitati, la città dimentica che il pluralismo non si tutela chiudendo le bocche, ma avendo la forza d’animo di lasciarle aperte. Anche quelle di chi, secondo noi, dovrebbe restare in silenzio. Il resto è solo rumore. E, a giudicare dall’aria che tira, di rumore ne avremo fin sopra i capelli ancora per molto tempo.



















