

CAPODIMONTE – Certe vite sembrano correre in sella a una moto, con il vento che sferza i capelli biondi e la convinzione sottile, ostinata, che la strada non debba finire mai. “Se la vita ti soffoca – scriveva Rachele il 28 luglio, immortalata sorridente in sella a una due ruote – ricorda, la prima in giù, le altre marce verso l’alto”. Ma il destino, a volte, gioca con le marce della nostra esistenza inserendo un folle, inspiegabile punto morto.
Rachele Ferrara aveva ventotto anni. Aveva gli occhi di chi custodisce il mondo dentro casa: due bambini, un maschietto di cinque anni e una femminuccia di otto, e un amore così grande da fare quasi paura. Pochi giorni prima della fine, il 26 luglio, c’erano ventotto candeline da soffiare su una torta, circondata dall’affetto di sua figlia. Un bacio, una foto, e quel desiderio straziante affidato ai social: “Vorrei fermare il tempo, purtroppo non è possibile… Se mi chiederanno cos’è l’amore io gli racconterò della prima volta che i miei occhi si sono incontrati con i tuoi”.
Il tempo, invece, ha scelto di correre troppo veloce in quel pomeriggio d’agosto nella casa di Capodimonte, il borgo affacciato sul lago dove la sua famiglia aveva messo radici anni fa. Un boccone, una fetta di bacon che si trasforma in un ostaggio invisibile e crudele. Rachele che sente il respiro farsi stretto, che si precipita in strada a cercare disperatamente la salvezza, mentre l’aria intorno si fa improvvisamente irrespirabile.
Inizia l’incubo. Il padre Gabriele, brigadiere dei carabinieri in pensione che ha servito per anni le stazioni di Capodimonte e Valentano, e la madre, entrambi da sempre generosi volontari della Croce Rossa, si ritrovano a fare i conti con la più spietata delle prove: soccorrere la propria figlia. Poi la corsa disperata all’ospedale Santa Rosa di Viterbo, sei giorni di silenziosa e disperata agonia in terapia intensiva, e infine il buio.
I social, oggi, restano l’archivio commovente di un’esistenza vibrante. C’è Rachele immersa nell’acqua trasparente di una piscina il 6 luglio di qualche anno fa, mentre stringe il figlio definendolo “un sole che splende soltanto per me”. Ci sono le estati in barca, i sorrisi luminosi, la figlia maggiore che tiene in braccio un piccolo animale con la leggerezza dell’infanzia, e quella didascalia scolpita nel cuore di madre: “Sei l’unica ragione di vita”.
A suggellare il dolore di un intero territorio, le parole istituzionali affidate a una nota: “L’Amministrazione comunale si stringe con profondo cordoglio alla famiglia Ferrara per la prematura scomparsa della giovane Rachele. In un momento di così grande sofferenza, l’intera comunità si raccoglie attorno ai genitori, ai figli e a tutti i suoi cari, scegliendo il silenzio e la vicinanza quale più autentica forma di rispetto e partecipazione. Nel dolore più profondo, la donazione degli organi di Rachele assume il valore straordinario di un dono di vita e di speranza. Alla famiglia Ferrara giunga l’abbraccio commosso di tutta la Comunità”.
E mentre la comunità si raccoglie in un silenzio carico di rispetto, resta l’ultimo, immenso gesto di Rachele e dei suoi cari: la scelta di donare gli organi. Come se quella motociclista dal sorriso luminoso, anche nell’ultimo chilometro della sua corsa terrena, avesse deciso di innestare la marcia più bella, quella capace di far ripartire la vita nel cuore di qualcun altro.
















