Le città murate più belle del mondo e l'assenza mediatica di Viterbo
Mura di Viterbo
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Viterbo non è tra le città murate italiane citate su internet in modo prioritario. Il magazine Il Viaggiatore non la cita, e tanto meno la conta tra le “cinque città murate da non perdere” [...]

IL PUNTO DI VISTA – Non è corretto criticare o sminuire gli altri; è mancanza di rispetto e, molto spesso, si tratta di invidia. E tuttavia, qualche volta occorre rivendicare le proprie virtù, quando appaiono neglette, sottovalutate, maltrattate.

Le città murate

Lucca. Recita wikipedia: “E’ uno dei pochi capoluoghi a conservare il centro storico, ricco di antiche strutture di varie epoche, completamente circondato da una cinta muraria… il giro completo delle mura è lungo circa 4,2 chilometri, un percorso soprelevato interamente pianeggiante che forma un grande parco urbano, ideale per passeggiare, correre o andare in bicicletta”. Beh, non è che si apprezza tanto la struttura come cinta muraria; semmai molto più come parco, perché la strutture difensive sono per così dire “moderne”, concepite come strutture per resistere ai cannoni piuttosto che agli arieti e alle frecce degli assedianti; l’uso civico che oggi se ne fa esclude ovviamente le merlature. Insomma, sembrano piuttosto dei muraglioni a sorreggere un parco soprelevato che delle mura civiche…

Monteriggioni. Mura duecentesche splendide, con tratti percorribili. E tuttavia, sempre Wikipedia ci ricorda che “ Il  Castello di Monteriggioni fu costruito dai senesi, in un periodo compreso tra il 1213 e il 1219…le mura hanno una lunghezza di circa 570 metri e formano una cinta ellittica che abbraccia il borgo, intervallata da 14 torri quadrate”. In realtà dunque non sono mura urbiche, ma mura castellane che racchiudono all’interno un piccolo borgo. Il paese, diecimila abitanti, è fuori.

Cittadella. Il centro prende nome proprio dalle sue mura, costruite tra il XIII e il XV secolo e oggi godibili soprattutto nella loro struttura più tarda quattrocentesca. Le mura sono percorribili a pagamento in quel che viene chiamato il “Camminamento di ronda”, lungo oltre due chilometri, e molti le considerano “le più belle d’Europa”. Sono sorte come una struttura difensiva a metà tra l’incastellamento e la cinta muraria urbana e oggi costituiscono un polo architettonico nel cuore del centro urbano che conta circa ventimila abitanti.

Montagnana. Le mura, che la rendono anch’essa una delle più belle città murate d’Europa, ricche di suggestive torri e porte, risalgono all’inizio del XIV secolo ma datano soprattutto al tardo medioevo, al XV secolo. Si sviluppano per 1,9 km.

Mi fermo qui. Le città murate sono moltissime, ovviamente. Potrei citare le mura di Roma, quelle tardo etrusche di Perugia, potrei andare oltre i confini d’Italia e richiamare le mura di Carcassonne, di Avignone, di Segovia, di York, alcune godibili solo per brevi tratti, altre pressoché complete. Tutte queste ben note, ampiamente citate nelle guide e nei vari siti di internet.

Internet

E veniamo a Viterbo. Le mura di Viterbo – mura urbiche, non di incastellamento – risalgono in buona misura ad un periodo che va dall’ XI al XIII secolo con inserti successivi che datano a non oltre la metà del XIV secolo. Sono quindi più antiche di quelle citate in precedenza. Constano di porte (alcune rifatte nel Rinascimento e nel XVIII secolo), torri, tratti merlati, per uno sviluppo di circa 4,2 chilometri, in genere ben più lunghe di quelle citate in precedenza, tranne Lucca; peraltro sono pressoché integre nel loro sviluppo urbano, con rarissime e brevi interruzioni (Via Fratelli Rosselli e via Signorelli).

Ciò nonostante, Viterbo non è tra le città murate italiane citate su internet in modo prioritario. Il magazine Il Viaggiatore non la cita, e tanto meno la conta tra le “cinque città murate da non perdere” (Lucca, Cittadella, Palmanova, Corinaldo e tal Glorenza, sulle Alpi altoatesine, con mura risalenti al XVI secolo e lunghe circa 1 km ); il sito internet di W the M Travel, elenca le “dieci più belle città murate” d’Italia: Urbino, Treviso, Verona, Lucca, Pistoia, Perugia, Bergamo, Cittadella e Montagnana, alcune di queste dotate solo di lacerti di mura urbiche e talvolta solo di incastellamenti. Sentite poi Al Overwiew di Google: “L’Italia è ricca di affascinanti città murate, soprattutto in regioni come il Veneto (con gioielli come Montagnana, Marostica, Cittadella, Soave, Este) e la Toscana (celebre per Lucca), ma anche in Emilia-Romagna (Imola, Dozza) e nel Sud (Teggiano, Amalfi)”. Il sito Si Viaggia elenca: Montagnana, Monteriggioni, Lucca, San Gimignano, Teramo, Corinaldo, Palmanova, Magliano in maremma, Perugia, Ferrara, mescolando mura tardo medievali e mura perfino settecentesche, mura urbane e mura castellane, persino costruzioni palaziali in centro storico.

Viterbo

Viterbo nel medioevo ha subito pochi assedi (durante quello di Federico II – 1243 – le mura a Faul erano ancora in costruzione…). Le sue mura, pur rimaste pressoché intatte sino a noi, avrebbero avuto forse un miglior trattamento se non fossero accadute sostanzialmente tre cose.

La prima, se non fosse stata una città così trascurata da evitare alle sue mura continue superfetazioni, inglobamenti, modificazioni, integrazioni nelle abitazioni private in ogni epoca, dal XV fino addirittura al XX secolo. Certo, si sono salvate dalla furia urbanistica dell’ottocento e del novecento, che pure le considerava ormai inutili e un ostacolo all’urbanizzazione moderna (ne hanno fatte illustri spese Vienna e il centro storico originario di Parigi, ad esempio) ma hanno rischiato di sparire in mezzo alle abitazioni moderne (in senso vero e proprio, come la Torre di Rolando a Corso Italia negli anni ‘50, o figurato, come Porta S. Biele, soffocata dai condominii negli anni ‘70 ).

La seconda, se trovandosi a fianco della Cassia, almeno nel tratto nordorientale, non fossero state massacrate dai bombardamenti alleati del 1944. La terza, se i cittadini non avessero avuto scarsissima attenzione nei loro confronti, considerandole spesso un impiccio (come quella torre mai ricostruita a fianco di Porta Romana), lasciando che si deteriorassero e fossero aggredite dall’edilizia moderna (oltre alla Torre di S. Biele, giova ricordare il tratto soffocato da insediamenti industriali e silos al Carmine).

Aggiungiamoci anche due altri elementi. Intanto, la mancanza assoluta di camminamenti in sommità, perché essendo molto antiche le strutture di ronda e di difesa erano costruiti in legno. Ma anche un restauro talvolta molto abborracciato laddove si è dovuto intervenire: si pensi al crollo del tratto murario tra Porta Fiorita e Porta del Carmine, del 1997, e al conseguente intervento di ripristino, che oggi in quella
zona le rende più simili ad un muraglione autostradale che ad un muro difensivo del XII secolo…

Per tutti questi motivi, una cinta muraria pressoché completa, molto antica, risalendo al XI-XIII secolo, e molto lunga è rimasta finora sottovalutata, ignorata, maltrattata; e sì che poteva essere la terza attrazione della città, assieme al quartiere di S. Pellegrino, quartiere medievale duecentesco tra i più estesi d’Europa, e al Palazzo Papale, gioiello di architettura gotica arcaica e sede storica del primo conclave.

Ma allo stato attuale questa terza attrazione di fatto non esiste, se non nei sogni di qualche incompreso e inascoltato sognatore, nella disperata lotta dell’assessore Aronne per valorizzarla, nello sguardo sbigottito del visitatore che d’improvviso scopre la sua esistenza, nelle novelle e sorprendenti vedute aperte dal Parco di S. Paolo.

Quale progettualità

Certo, è impensabile scimmiottare le altre città, dove organizzano passeggiate a pagamento o meno sul ciglio superiore delle mura: non ci sono le condizioni né storiche, né architettoniche, né urbanistiche per farlo. Ma si potrebbe tentare di definire un percorso ciclopedonale continuo, a terra ed esterno, servito di informazioni audiovisive e grafiche e di punti di riposo e ristoro, che ripercorresse l’intera cinta muraria.

Poi con un adeguata narrazione turistico-culturale, si potrebbe solleticare la fantasia e la curiosità del visitatore, e andare alla pari di Lucca, Monteriggioni, Cittadella e compagnia murata.

Stiamo continuamente a discutere su come salvare il centro storico di Viterbo e ci dimentichiamo di progettare la rinascita delle mura (anche se molto in questi ultimi anni è stato fatto con il progetto Passeggiata Intorno alle Mura n.d.r.) che lo contiene, mura alle quali non bastano i suggestivi lumi notturni e quelli natalizi di questi giorni per ottenere adeguata attenzione e valorizzazione.

Povera Viterbo… fosse stata in Toscana oggi sarebbe tra le città più apprezzate d’Italia; ma all’ombra ingombrante di Roma forse ha sofferto un lungo periodo di buio, anche progettuale. O forse è solo questione del carattere dei viterbesi, incapaci di guardare al di là del loro naso… o forse ancora è mancata una dinastia autonoma in vena di mecenatismo (magari quella dei Farnese?) come è accaduto invece a Parma, a Mantova, a Ferrara, capace di darle una precoce e valente identità?

Tempo fa qualcuno, non ricordo più chi, sentenziò più o meno così: “Che sfortuna che i Farnese più colti e intelligenti se ne siano andati a Parma e a Piacenza, lasciando il ramo più rozzo e imbecille a Castro… Tal che questo ramo pensò bene di ammazzare il legato del Papa a Monterosi, condannando Castro alla distruzione e l’intera Tuscia a sonnecchiare sotto il pesante tallone del potere papale di Roma.”

Non so se da allora Viterbo è riuscita veramente a sottrarsi a questa marginalità territoriale e culturale; certo è che il vecchio contadino Sestilio osservava che “se un forestiero si presenta ai bordi del campo di un contadino toscano, costui gli corre incontro per vendergli i prodotti del suo orto; se un forestiero si presenta ai bordi del campo di un viterbese, costui gli corre incontro con il forcone… “. Ne ho già detto altrove, ma è bene citare ancora una volta Sestilio.

Intanto, a forza di fare i provinciali, di litigare tra noi, e incapaci di elaborare una sofisticata, diffusa e conclamata narrazione, c’è la toscana Arezzo che, come lamenta Laura Allegrini, prova a scipparci pure la primogenitura del conclave…

Sta cambiando veramente qualcosa a Viterbo, qui dove ci sono tante buone intenzioni per camminare in avanti, ma intanto gli altri corrono?
Mah…

 

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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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