

IL DOMENICALE – Abitare una città non significa soltanto avere una casa, ma poterla vivere davvero, muoversi, incontrarsi, utilizzare i servizi, riconoscersi nei luoghi e sentirsi parte di una comunità. Da questa idea nasce Abitare la città, una rubrica dedicata a Viterbo e alla Tuscia, al rapporto tra architettura, periferie, centro storico, mobilità, verde, sicurezza e qualità della vita. Non parleremo soltanto di edifici, ma di ciò che gli edifici e gli spazi pubblici producono nella vita quotidiana. Perché una piazza, una scuola, un parco, una strada o una fermata dell autobus possono contribuire a creare relazioni, inclusione e benessere, oppure isolamento e diseguaglianze.
La domanda che accompagnerà ogni articolo sarà semplice: questa città rende migliore la vita di chi la abita?
Mario Cucinella mette sotto accusa una parola ormai logorata dagli slogan e invita l architettura a recuperare la propria funzione più autentica: costruire luoghi capaci di migliorare la vita delle persone, rispettare il territorio e durare oltre il tempo breve delle mode e della politica.
C è una parola che abbiamo utilizzato così tanto da rischiare di averla completamente svuotata: sostenibilità. Oggi tutto viene presentato come sostenibile, dall’automobile al supermercato, dall’albergo al grattacielo, fino all’ennesimo quartiere costruito consumando nuovo territorio. Basta aggiungere qualche albero nel rendering, due pannelli fotovoltaici sul tetto e una facciata ricoperta di verde perché qualunque intervento edilizio possa essere raccontato come una piccola riconciliazione con il pianeta.
Mario Cucinella ha il merito di rompere questa liturgia e di ricordarci che, quando una parola diventa buona per descrivere qualsiasi cosa, finisce inevitabilmente per non spiegare più nulla. Il problema dell’architettura contemporanea non può ridursi alla certificazione energetica o alla quantità di tecnologia installata in un edificio. Bisogna tornare a chiedersi per chi costruiamo, perché costruiamo e quale qualità della vita produciamo attraverso gli spazi che realizziamo.
È questo, in fondo, il significato dell’architettura human-centered evocata da Cucinella. Un espressione inglese che recupera un idea antichissima, prima dell’edificio viene la persona. Non la fotografia destinata alle riviste, non la firma dell’archistar, non il valore immobiliare del metro quadrato, ma l uomo che dentro quell’edificio dovrà abitare, studiare, lavorare o invecchiare.
Per troppo tempo una parte dell’architettura contemporanea ha invece inseguito l effetto iconico. L edificio doveva stupire, diventare immediatamente riconoscibile, trasformarsi quasi in un marchio urbano. La città finiva così per diventare il fondale sul quale collocare oggetti spettacolari che spesso potevano sorgere indifferentemente a Milano, Dubai, Berlino o Singapore.
Ma Palermo non è Helsinki, come Viterbo non è Rotterdam e l Accra non è Londra. Ogni luogo possiede una luce, un clima, materiali, tradizioni, abitudini e soprattutto una memoria. Progettare significa entrare in relazione con tutto questo, senza copiare nostalgicamente il passato, ma senza neppure comportarsi come se ogni città fosse una pagina bianca sulla quale ricominciare ogni volta da zero.
È significativa, in questo senso, la ricerca condotta da Cucinella attraverso architetture antiche e lontane, dalle torri del vento persiane ai pozzi a gradinata indiani, passando per sistemi tradizionali capaci di utilizzare ventilazione, ombra e inerzia termica prima ancora che qualcuno inventasse il condizionatore. Il suo edificio in Ghana, pensato per sfruttare la climatizzazione naturale, racconta proprio questa idea, prima di utilizzare una macchina per correggere il clima, bisogna capire come funziona il clima stesso.
Per secoli l architettura aveva ragionato così. L orientamento degli edifici, i muri spessi, i cortili, i portici, le persiane, l acqua e l ombra erano strumenti di progettazione. La modernità ci ha invece abituato troppo spesso a costruire edifici indifferenti all ambiente per poi utilizzare enormi quantità di energia nel tentativo di renderli abitabili.
Il futuro, allora, potrebbe essere molto più innovativo proprio quando torna ad ascoltare ciò che il passato aveva già imparato.
Anche la scuola materna in legno progettata vicino Modena racconta questa visione. L edificio scolastico non è semplicemente un contenitore nel quale mettere alcune aule, una mensa e una palestra. Lo spazio stesso educa. La luce, il rapporto con il verde, la possibilità di incontrarsi, il modo in cui vengono organizzati gli ambienti comuni contribuiscono alla formazione dei bambini. È l idea del terzo educatore legata alla pedagogia di Loris Malaguzzi, accanto agli adulti e agli altri bambini esiste l ambiente, che insegna silenziosamente ogni giorno.
Da qui nasce anche una riflessione più ampia sull edilizia popolare. Abbiamo spesso considerato la buona architettura come un lusso destinato ai musei, alle sedi delle grandi aziende o alle abitazioni prestigiose. È invece proprio chi possiede meno ad avere maggiormente bisogno di luoghi costruiti bene. Chi vive in una periferia degradata non può sottrarsi facilmente alla qualità degli spazi che lo circondano, quella piazza è la sua piazza, quel cortile è il luogo nel quale giocano i suoi figli, quella fermata dell’autobus rappresenta ogni mattina il suo rapporto con il resto della città.
Per questo recuperare le case popolari significa molto più che ridurre i consumi energetici, significa restituire dignità, sicurezza, relazioni e qualità della vita. Forse proprio la parola dignità racconta meglio della parola sostenibilità ciò che dovrebbe fare una buona architettura.
C è poi un altra questione decisiva, siamo sicuri che il futuro debba consistere nel costruire continuamente edifici nuovi, seppure più efficienti? L Italia è piena di caserme dismesse, scuole chiuse, vecchi ospedali, capannoni industriali, palazzi pubblici vuoti e abitazioni abbandonate nei centri storici. Continuiamo però a consumare territorio mentre enormi quantità di patrimonio edilizio rimangono inutilizzate.
La vera rivoluzione potrebbe allora essere molto semplice, cioè recuperare prima di costruire, trasformare prima di demolire e utilizzare ciò che esiste prima di occupare nuovo suolo.
Cucinella tocca infine un problema che riguarda direttamente la politica. Le città hanno bisogno di decenni per cambiare, mentre gli amministratori ragionano inevitabilmente dentro il tempo breve del mandato elettorale. Mobilità, periferie, edilizia sociale e rigenerazione urbana non possono essere ripensate da capo ogni cinque anni. Servono visioni condivise e accordi capaci di sopravvivere alle maggioranze, coinvolgendo amministrazioni, cittadini, imprese, università e professionisti.
Una città dovrebbe vivere molto più a lungo dei suoi sindaci. Forse è proprio qui che la critica di Cucinella alla sostenibilità diventa più interessante. Non ci serve un altra parola da trasformare in slogan. Ci serve una cultura della cura, capace di tenere insieme persone, paesaggio, memoria, energia, bellezza e comunità.
Alla fine, la domanda da rivolgere a un edificio non dovrebbe essere soltanto se sia sostenibile. Dovremmo chiedergli qualcosa di molto più semplice e molto più difficile, rende migliore la vita delle persone che lo abitano e della città nella quale viene costruito? Se la risposta è no, probabilmente non basteranno cento pannelli solari e una parete verde a trasformarlo in buona architettura.


















