


BARBARANO ROMANO – Immaginate di camminare in quella sorta di cattedrale naturale che è il complesso di San Giuliano. Qui, il tempo non scorre come nelle nostre frenetiche città, no; qui il tempo si è stratificato, si è fatto roccia, si è fatto silenzio. Siamo a Barbarano Romano, un lembo di Tuscia che, quasi in sordina, sta diventando un epicentro. Un epicentro di cosa? Di bellezza, naturalmente. Di quella bellezza che ci permette di guardare in faccia gli Etruschi, i nostri padri ignoti, gente che, a ben guardare, non doveva avere un volto poi così dissimile da quello del sindaco Rinaldo Marchesi.
Sì, proprio lui, il sindaco Marchesi. Un uomo che potremmo definire un demiurgo di provincia, un artista del fare che, con la costanza di un antico costruttore, sta picchettando il futuro della propria comunità. Perché in Italia, vedete, il futuro non si costruisce con le grandi utopie, si costruisce con i piccoli gesti, con il rispetto maniacale per il frammento di terracotta che emerge dalla zolla.
Dal 2015 – e la memoria non mi tradisce – Barbarano è diventata un avamposto internazionale. Arrivano gli americani. Sembra quasi una spedizione di Indiana Jones, ma con molto più metodo. È il progetto Virgil, una missione che ha il sapore della scoperta pura. Pensate: la scorsa estate, questi ragazzi arrivati da oltreoceano hanno aperto una tomba intatta. Una meraviglia, una di quelle cose che ti fanno sobbalzare il cuore: la “Tomba dei Vasi con Uccelli Dipinti”. Due millenni di buio, di silenzio assoluto, interrotti dalla luce elettrica e dallo stupore di giovani studiosi.
E in questo 2026, si replica. Una cinquantina di studenti a stelle e strisce, armati di pennelli e di curiosità, setacceranno la terra sotto i cieli stellati della Tuscia, pronti a mappare tombe che noi contemporanei, con la nostra fretta, non abbiamo nemmeno saputo immaginare. Potete stare certi, cari amici, che ci saranno sorprese. Perché la terra, quando è interrogata con amore, finisce sempre per rispondere.
Sabato scorso, nella ex chiesa di Sant’Angelo, si è celebrato quello che io chiamo il “miracolo Marchesi”: oltre duecento persone, in un sabato pomeriggio di giugno, a discutere di etruscologia. Non di calcio, non di chiacchiere da bar, ma di studi scientifici. Duecento persone che hanno sentito il richiamo del passato.
E poi, l’apertura del Museo Civico. Lì, finalmente, il faccia a faccia. Quei vasi, così commoventemente belli, hanno accolto lo sguardo dei presenti. C’era in quella sala la vibrazione sottile della storia che si fa presente. Vedete, il senso di tutto questo non è la musealizzazione fine a se stessa, ma la capacità di una comunità di riconoscersi in quell’eredità. Barbarano non sta solo scavando la terra; sta scavando nelle proprie radici, trovando una nuova ragione per esistere. E, credetemi, è una faccenda terribilmente affascinante.
















