
di Matilde Massarenti
FERENTO – Venerdì sera, al teatro romano di Ferento, si diede l'”Anfitrione” plautino con protagonista Emilio Solfrizzi, nome che nel mio immaginario si lega alla definizione di “comico” per averne inteso parlare ma non per esperienza diretta di spettatrice.
In platea era palpabile l’ansia di chi attende che si manifesti in carne e ossa il proprio beniamino, tanto che qualche minuto di ritardo nel principiare lo spettacolo fu sollecitato dai battimani di alcuni tra i più impazienti degli spettatori. Trattavasi, dunque, di successo annunciato.
Incuriosita, approfittai di questo piccolo indugio da parte dei teatranti per chiedere ai miei vicini di posto maggiori notizie su Emilio Solfrizzi e fu così che si svelò l’arcano della mia fumosa preparazione: egli aveva maturato il proprio curriculum vitae principalmente lungo una fortunata carriera televisiva mentre io, fin dall’avvento delle reti commerciali e intuita che ebbi la mala parata a venire, m’imposi che avrei potuto serenamente fare a meno delle proposte di intrattenimento provenienti direttamente dall’elettrodomestico relegandone l’uso a mero riproduttore di filmati selezionati da me.
La serata principiò denunciando apertamente il meccanismo del teatro nel teatro nel teatro: un
gruppo di macchinisti finse d’esser sorpreso della nostra presenza e si affrettò a ultimare sotto i nostri occhi l’allestimento del palcoscenico, indi fece il suo ingresso Mercurio e raccontò come Giove si sarebbe finto Anfitrione mentre egli si sarebbe finto il suo servo Sosia.
La scenografia, un teatrino di foggia dichiaratamente parrocchiale e tutt’affatto fasullo alla vista, ricordava prepotente agli spettatori che sì, erano finiti a teatro a vedere un teatro nel teatro. Poi, fu televisione.
I lazzi di Solfrizzi (mi si perdoni l’allitterazione), salutato da un applauso di sortita che ci ricordò teneramente di quale pubblico facessimo parte, non mancarono di abbagliare da subito la platea che, letteralmente appesa alle labbra del comico, non ne persero un moto, un cenno, un’inflessione, un gesto e furono mossi da irresistibile ilarità: tale fu il potere suscitato nell’immaginario collettivo dalla mera sua presenza.
Diversamente dal tragico, genere che trae linfa e sostanza dall’universalità del dolore, il meccanismo che sovrintende al comico è sempre faccenda personale: nulla possono le doti, per quanto rimarchevoli, di chi è chiamato a muovere al riso se il faceto terreno che egli calca e gli spassosi mezzi che egli si ingegna a porre in essere non risuonino unisoni con lo humus dello spettatore.
Trascorso alcun tempo e dato ormai per incontrovertibile che anche il resto degli attori, non volendo certo esser posti in ombra, non intendevano minimamente discostarsi da questa chiave di lettura da piccolo schermo ma anzi la assecondavano con gusto pari a quello che aveva chi assisteva alla commedia, il mio personale humus s’intestò di farmi sovvenire a un tratto di quei diritti del lettore formulati da Pennac che da sempre ho inteso estendere anche allo spettatore, e che tra tali diritti vi era anche quello, sacrosanto, di non finire il libro.
Sicché decisi di arrendermi alla subdola voce che invano tentai lungo la serata di tacitare (la quale continuava a ripetermi suasiva che il poco tempo rimastomi da spendere in questa esistenza poteva esser speso diversamente) e, curando di non arrecare fastidi, abbandonai in punta di piedi la sala scoprendo nei miei occhi la stessa dolceamara espressione che sovente mi trovo a dedicare ai miei nipotini quando li colgo a ridere di un riso la cui causa davvero non riesco a comprendere: dolce perché felice della loro semplice spensieratezza, amara perché tale semplice spensieratezza mi fu e mi sarà sempre negata.


















