

VITERBO – Certe storie sembrano uscite da una sceneggiatura scritta male, di quelle dove il passato non passa mai e la Tuscia fa da inatteso palcoscenico a una commedia nera che sa molto di tragedia domestica e un pizzico di farsa.
Prendete Nefertari Mancini. Il nome, di per sé, evoca regine d’Egitto e misteri millenari. Ma qui siamo a Viterbo, all’ombra delle mura di Mammagialla, e i misteri durano il tempo di un controllo della polizia penitenziaria. Trentadue anni, un pedigree criminale che pesa come un macigno – figlia di Antonio Mancini, quell’ “Accattone” che ha fatto la storia (nera) della Banda della Magliana, e di Fabiola Moretti, la “primula rossa” della stessa epopea – Nefertari ha deciso che i domiciliari stavano stretti. Troppo stretti per chi, evidentemente, nutre passioni d’amore irrefrenabili.
La mattina del 23 agosto, la signorina Mancini ha ben pensato di fare una capatina fuori casa. Destinazione? Il carcere di Viterbo. Obiettivo? Non una visita di cortesia, ma un colloquio con il fidanzato detenuto. Per farlo, però, ci voleva un piccolo miracolo burocratico: presentarsi con una carta d’identità elettronica intestata a un’altra. Un travestimento che avrebbe dovuto ingannare gli agenti. Peccato che gli uomini della penitenziaria e i carabinieri del comando provinciale non si siano bevuti quella foto sbiadita e quegli ologrammi taroccati male.
Il copione si è consumato in un attimo: prima il tentativo di insistere con le false generalità, poi il crollo e la confessione. E via dritta in manette per evasione, possesso di documenti falsi e sostituzione di persona. Risultato? Dai domiciliari di prima è passata direttamente a un’altra cella, stavolta nel carcere di Civitavecchia, in attesa di giudizio. Romantico, no?
Ma la saga non finisce mica qui. A completare il quadro ci pensava il complice di turno, il trentadueenne romano che l’aveva scarrozzata fin sotto il penitenziario. Un tipo visibilmente agitato, e con buoni motivi: nella sua auto i carabinieri non hanno trovato solo la classica dose di fumo e coca per uso personale, ma persino un marchingegno elettronico per rilevare microspie e telecamere. Roba da film di spionaggio, se non fosse che l’uomo guidava senza patente. Anzi, senza averla mai presa, collezionando recidive su recidive negli ultimi due anni. Denunciato anche lui per procurata evasione e guida senza titolo, con auto sequestrata e sogni di gloria infranti nel parcheggio del carcere.
Alla fine, tra documenti falsi, rilevatori di spie e visite d’amore finite malissimo, la saga della Magliana si scontra con la cruda realtà della provincia viterbese. Quando il Dna chiama, la follia risponde. Ma con un piccolo dettaglio: stavolta i titoli di coda li ha scritti la Procura di Viterbo.

















