
IL PUNTO DI VISTA – La transizione energetica, al netto dei cattivi propositi di un Trump e di un Putin, è una necessità impellente per il genere umano. L’inquinamento atmosferico sta trasformando il clima, restringendo le aree di vivibilità umana e rischia di distruggere una diversità biologica che è indispensabile per uno sviluppo ecosostenibile. Le ricorrenti anomalie metereologiche, le cattive condizioni delle acque non possono che ricondursi all’uso massiccio di fonti energetiche non rinnovabili e fortemente inquinanti.
D’altronde, la qualità della vita dell’Essere Umano esige un grande uso di energia, collegato a uno sviluppo che non è solo produttivo, ma anche sistemico sul versante della comunicazione globale. Chi predica una decrescita felice o è un misoneista incallito, oppure non sa di cosa parla e mostra nel migliore dei casi una colpevole ingenuità e una forte ignoranza su come funziona la società. A parità di fabbisogno energetico, allora, diventano necessarie le fonti rinnovabili, come quelle fotovoltaiche ed eoliche, ma anche, seppur in misura minore, quelle idroelettriche e quelle geotermiche.
Inoltre, l’uso crescente di batterie elettriche, in specie nel campo automobilistico, genera nuovi fabbisogni minerari, visto che si fonda sulle cosiddette terre rare. Non si torna indietro. Si cambia, certo, ma non si torna indietro. Lo insegna la storia. E allora, non si può fare la guerra né alle pale eoliche, né agli impianti fotovoltaici. Nessun ambientalista che ha a cuore uno sviluppo energetico pulito e si batte per esso può opporsi alle pale eoliche dicendo che minacciano il volo degli uccelli migratori e la skyline di un romantico paesaggio. E neppure può disperarsi perché gli impianti fotovoltaici “consumano suolo”. Per dirla con un modo di esprimersi spesso abusato, non si possono fare le nozze con i fichi secchi. Un’alterativa c’è, per carità: una bella collezione di centrali nucleari; ci sono forti segnali in Italia di una ripresa di questa proposta. I difensori dell’ambiente preferiscono correre questo, di rischio?
Forse fra trent’anni anche l’eolico e il fotovoltaico andranno in soffitta, sostituiti dagli impianti a fusione nucleare, che offrono molta energia pulita e non presentano rischi di radioattività. Ma per trent’anni sarebbe opportuno che qualcuno si chiudesse il naso e guardasse altrove, se la sera non vuole leggere al lume di candela, se non vuole smettere di esibirsi sui social, se non vuole spostarsi a piedi, insomma se non
vuole tornare o ai tempi delle ciminiere o, ancora più indietro nel tempo, alla carrozza a cavalli. E soprattutto se non vuole respirare aria inquinata e sopportare catastrofi e cataclismi dalla cima dei monti fino ai litorali marini.
Poi, certo, ci sono le esagerazioni, le scelte discutibili, gli atteggiamenti ninby, del no in my backyard. Mezza Tuscia ricoperta di impianti fotovoltaici come nessun altro territorio in Italia, la minaccia di costruire maxi eoliche alte duecento metri in bella vista verso la valle dei Calanchi sanno di servitù, di sfruttamento di un territorio che proprio in virtù della sua minore densità abitativa e di una vocazione produttiva ancora prevalentemente agricola, invece di essere protetto come un unicum ambientale viene aggredito e costretto a lavorare per gli altri, per garantire ad altri territori più ricchi e politicamente più potenti una migliore qualità della vita in termini ambientali, paesaggistici e di vivibilità.
Tanto per non fare nomi, cosa accadrebbe se la verde maremma toscana fosse aggredita da quegli impianti? Se la skyline della Capitale ne fosse alterata? E tuttavia non tutte le colpe vanno addossate ad un qualche potere centrale. Quei terreni agricoli che fra Tuscania, Tarquinia e Montalto pullulano di impianti fotovoltaici, che hanno perduto ettari e ettari di suolo produttivo, qualcuno li ha venduti, intascando ben più di quanto fosse abituato ad ottenere coltivandoli a grano, a mais, a vite, ad olivo, a carciofi oppure usandoli a pascolo. E allora, se sono gli stessi viterbesi a vendersi il proprio paesaggio al miglior offerente, cominciamo a verificare quanto costoro ci tengono a godere di quel paesaggio e quanti, al contrario, non sapendo come utilizzarlo al meglio, se ne disfano a suon di euro.
Troppo facile accusare i soliti complotti delle solite grandi società energetiche; andiamo a verificare perché soprattutto nella Tuscia, piuttosto che in Toscana, nel basso Lazio, nel Salento si consuma suolo. Non sarà perché quel suolo non interessa più a nessuno ed era consumato solo dalla gramigna e dalla zizzania? Non sarà perché siamo ancora un paese arretrato e ignorante che non sa rispettare e usare al meglio le doti che Iddio gli ha dato e quelle che i suo avi gli hanno lasciato in dote?


















