L'allarme di CNA: "Imprese viterbesi senza giovani, si rischia l'estinzione del saper fare"
Attilio Lupidi segretario CNA
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Quasi una bottega su cinque è senza eredi. A non rassegnarsi al ruolo di spettatore di un declino annunciato è la CNA locale.

VITERBO – C’è un fantasma che si aggira per le botteghe e i laboratori del Viterbese, e ha i capelli bianchi. Non è una metafora evocativa, ma la fotografia cruda, numerica, spietata scattata dall’ultimo dossier della CNA: a Viterbo il 17,9% dei titolari di imprese individuali ha già spento – e da un pezzo – le settanta candeline. Un dato che piazza la Tuscia dritta sul podio nazionale, seconda solo a Grosseto e a distanza siderale da una media italiana che si ferma al 10,7%.

In sostanza: quasi un’impresa su cinque si regge sulla resistenza biologica e professionale di chi dovrebbe godersi la pensione, ma continua ad alzare la saracinesca ogni mattina semplicemente perché, dietro di sé, vede il vuoto.

I numeri raccontano un’emorragia silenziosa. Se a livello nazionale gli imprenditori over 70 sfiorano quota 315mila, l’altra faccia della medaglia è il crollo verticale dei giovani. Negli ultimi dieci anni le imprese under 35 sono oscillate come un birillo travolto dalla crisi, perdendo oltre 153mila unità (-24%). Si sfilaccia il tessuto del commercio (-36,2%), crollano le costruzioni giovanili (-38,7%), arretra la manifattura. Restano solo i servizi alle imprese a mostrare un timido segno più (+3,5%), troppo poco per fare primavera.

A soffrire di più sono proprio quei settori dove il “mestiere” non si impara su un tutorial YouTube, ma richiede anni di gesti ripetuti, polvere e officina: l’agricoltura (dove gli over 70 sono il 28,3%), la manifattura, i trasporti. Competenze antiche che rischiano di evaporare nel giro di una generazione, portandosi via un pezzo dell’identità produttiva del territorio.

A non rassegnarsi al ruolo di spettatore di un declino annunciato è la CNA locale. «È un quadro complesso, ma di fronte al quale non restiamo a guardare», commenta il segretario della CNA di Viterbo e Civitavecchia, Attilio Lupidi. La ricetta passa per un’operazione memoria-futuro: «Da tempo entriamo nelle scuole per far conoscere l’artigianato ai giovani e mostrare loro le opportunità di settori in continua evoluzione. Oggi questo lavoro viene rafforzato dai finanziamenti dedicati alle botteghe scuola: uno strumento fondamentale per consentire ai maestri artigiani di trasmettere il saper fare alle nuove generazioni e garantire continuità al nostro sistema produttivo».

La partita viterbese si inserisce in un allarme nazionale ben più ampio. Per il presidente nazionale di CNA, Dario Costantini, il ricambio generazionale non è una vicenda di folklore economico, ma una priorità di politica industriale: «Ogni impresa che chiude perché non trova qualcuno disposto a continuarla significa disperdere competenze, professionalità e un patrimonio costruito in decenni di lavoro. In un Paese sempre più anziano, aiutare la trasmissione delle imprese significa difendere la capacità produttiva, l’occupazione e il futuro stesso dei territori».

La sfida per Viterbo è servita: trasformare i maestri del fare in mentori, prima che le chiavi nella toppa girino per l’ultima volta.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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