Lago di Vico, intervista seria a un persico reale
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Intervista impossibile a un persico reale del Lago di Vico, che da sotto la superficie osserva uomini, noccioleti, cianobatteri, turismo e amministrazioni con un certo distacco.

INTERVISTE – L’appuntamento è alle sette del mattino. Il Lago di Vico è immobile, quasi perfetto: bosco, acqua, silenzio. Poi affiora lui, un persico reale. Lo chiameremo Vittorio.

Vittorio, come si vive nel Lago di Vico?

“Dipende da quale lago guardate. Quello delle fotografie è impeccabile, quello in cui vivo io richiede qualche domanda in più”.

Quindi il lago sta male?

“È curioso che cerchiate sempre una risposta binaria: sta bene, sta male, è salvo, è in pericolo. Un lago cambia lentamente e spesso comincia a cambiare molto prima che ve ne accorgiate”.

La preoccupano i cianobatteri?

“Mi interessa capire perché compaiono, con quale frequenza e in quali condizioni; voi spesso vi concentrate sul momento in cui diventano un problema visibile”.

Le acque possono essere balneabili e avere comunque criticità ambientali.

“Certo. Il fatto che possiate fare il bagno non esaurisce lo stato di salute di un ecosistema”.

Parliamo dell’agricoltura.

“Parliamone senza trasformarla in una guerra di religione. Non mi interessano le categorie, mi interessano gli effetti. Se il territorio intorno al lago modifica il carico di nutrienti, il dilavamento, l’erosione o l’equilibrio dell’acqua, allora riguarda anche me”.

Quindi i noccioleti sono un problema?

“La domanda corretta è quanto pesa ogni pressione sul lago e quali pratiche possono ridurne l’impatto. Dare un colpevole unico è comodo, ma spesso poco utile”.

Non è molto polemico, allora.

“Lo sono quando vedo che la complessità viene usata per non concludere niente”.

Cosa pensa delle politiche ambientali?

“Che spesso sono migliori nelle intenzioni che nella continuità. Un lago non cambia perché fate un progetto, cambia se mantenete una direzione per anni”.

E dei tavoli tecnici?

“Servono se producono decisioni verificabili; altrimenti restano tavoli”.

Che cosa dovrebbe essere verificabile?

“Poche cose, ma chiare: come cambia la qualità dell’acqua, quali pressioni aumentano, quali diminuiscono, quali misure funzionano, quali no. Se dopo dieci anni le domande sono ancora le stesse, qualcosa non ha funzionato”.

Il turismo è un problema?

“No. Il problema è quando il turismo diventa il criterio principale con cui guardate il lago. Un ecosistema non esiste soltanto quando è frequentato”.

Cosa dovrebbe capire chi viene qui?

“Che entra in un luogo vivo, non in un servizio. È una differenza semplice, ma cambia il modo in cui ci si comporta”.

Che cosa chiederebbe alle amministrazioni?

“Di pubblicare dati comprensibili e di legare gli interventi ai risultati. Meno formule generiche, più indicatori che permettano di capire se il lago migliora davvero”.

Ai cittadini?

“Di non fermarsi all’idea che un luogo sia bello: la bellezza non è una garanzia di salute”.

Cosa pensa della parola sostenibilità?

“Che è utile finché indica un limite concreto; se diventa una parola che può accompagnare qualsiasi progetto, perde significato”.

E quando si parla di conciliare ambiente ed economia?

“È necessario, ma conciliare significa che qualche volta entrambe le parti devono rinunciare a qualcosa; se a rinunciare è sempre l’ambiente, non è conciliazione”.

Lei sembra diffidare molto dei compromessi.

“No, diffido dei compromessi che vengono chiamati equilibrio quando in realtà spostano soltanto il problema più avanti”.

È pessimista?

“No, un lago può migliorare, ma ha tempi lunghi. La politica, invece, tende ad avere tempi molto più brevi: è lì che nasce una parte del problema”.

Cosa dovrebbe fare chi dice di amare il Lago di Vico?

“Chiedere dati, leggere i monitoraggi, capire cosa accade nel bacino, interessarsi a come viene gestito il territorio intorno. L’affetto senza curiosità serve soprattutto a chi lo prova”.

Ultima domanda. C’è una frase che non sopporta?

“Il nostro lago”.

Perché?

“Perché il possesso viene evocato soprattutto quando il lago è una risorsa, molto meno quando diventa una responsabilità”.

Vittorio si gira e torna sott’acqua. Prima di sparire dice soltanto una cosa: “Voi venite al lago. Io ci devo vivere.” Rimane l’acqua, e una differenza di prospettiva che vale più di molte dichiarazioni.

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“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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