
TEATRO UNIONE – Venerdì 6 Dicembre è andato in scena al Teatro dell’Unione di Viterbo Re Lear, di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia e, come previsto, è stato un successo. Lo spettacolo, già rodato in nord Italia, ha saputo accontentare il pubblico viterbese in cerca di un “classico”, totalizzando un sold-out al botteghino.
Il setting era ideale, il teatro gremito di persone pronte a farsi stupire ancora una volta dal Bardo dell’Avon con Re Lear, che quest’anno sembra essere ovunque. Le luci si spengono, il brusio cala e il Matto (Mauro Lamantia) apre la scena strappando il tendone e rivelando il trono.
«Un uomo privato di tutto è solo una bestia»
Un trono al quale Lear (Elio de Capitani) sembra essere fuso. Caotico, dismesso, che brilla sulla prima presentazione visiva dei personaggi. I costumi ci portano in un viaggio tra vecchio e nuovo, tra tradizione e mutamento, scolpiscono chi li indossa e solo dopo la nudità l’uomo può infine riappropriarsi di sé stesso.
Un viaggio audiovisivo stupendo che tra poche luci ben piazzate, immancabili proiezioni ed effetti sonori presenti in scena, sa dove vuole andare a far breccia negli spettatori. Uno spettacolo, anch’esso spesso diviso a metà come il suo protagonista. Tra la recitazione da teatro
classico, accompagnata da stereotipi visti e rivisti e quella contemporanea, che invece porta un po’ di freschezza alla rappresentazione. Brillano in particolare il Matto, che con scioltezza incarna tutto il paradosso della ragione e Kent (Umberto Terruso) che senza farci pesare il testo impegnativo completa il treppiede che con Elio de Capitani reggerà la maggior parte dello spettacolo.
Una battuta complicata detta scioltamente non diventa comprensibile Tantomeno se accompagnata da momenti cinematografici anche un po’ Disneyani, che tra slapstick comedy e risate malvagie degne di Gaston e delle sorellastre di Cenerentola, rompono un po’ l’effetto tv
che quelle musiche su battuta in uscita sembrano voler sottolineare. Un Re Lear che per quanto innovativo non esce dai binari dei quali i personaggi femminili sono schiavi, relegando il nostro interesse ai soli ruoli di punta maschili.
“Non esistono spettacoli vecchi ma solo nuovi spettatori”. E questo il re lear di Bruni e Frongia lo sa bene, portando comunque un’ottima rendizione dell’opera per chi avesse il piacere di scoprirne la trama. Purtroppo nel contesto nazionale gremito di titoli omonimi lo
spettacolo non risponde alla domanda “perché oggi?”.
E se la risposta è “Per fare un bel Re Lear e basta”, allora, come hanno confermato gli applausi di ieri sera, è stato un successo.


















