

IL DOMENICALE – Quando arriva la siccità chiediamo agli agricoltori di ridurre i consumi, ai cittadini di non annaffiare i giardini, ai Comuni di emanare ordinanze; poi torna qualche pioggia e tutto viene dimenticato, fino all’emergenza successiva. È una politica dell’acqua costruita sulla reazione, mentre una risorsa sempre più preziosa avrebbe bisogno esattamente del contrario: programmazione, infrastrutture e capacità di distinguere gli usi.
L’acqua non è tutta uguale e, soprattutto, non tutti gli utilizzi richiedono acqua potabile. In agricoltura si utilizzano ancora risorse idriche di qualità elevata che potrebbero, almeno in parte e per determinate colture, essere sostituite da acque provenienti dalla depurazione urbana, opportunamente trattate e controllate. Non si tratta di un esperimento avventuroso: l’Unione europea ha stabilito requisiti specifici per il riutilizzo sicuro delle acque reflue urbane trattate nell’irrigazione agricola, proprio con l’obiettivo di ridurre il prelievo dalle falde e dalle acque superficiali e affrontare la crescente scarsità idrica.
La domanda allora diventa inevitabile: perché continuiamo a utilizzare una risorsa pregiata una sola volta? L’acqua entra nelle nostre case, viene utilizzata, finisce nelle fognature, raggiunge un depuratore e, dopo il trattamento, viene generalmente restituita all’ambiente. Una parte potrebbe invece diventare nuovamente una risorsa, soprattutto per l’agricoltura, liberando acqua di migliore qualità per gli usi nei quali è realmente indispensabile.
Ma qui incontriamo il problema che troppo spesso viene lasciato fuori dal dibattito: per riutilizzare seriamente l’acqua bisogna prima essere capaci di depurarla seriamente.
La situazione del servizio idrico della Tuscia non consente grandi autocelebrazioni. Il rapporto regionale sul Servizio idrico integrato pubblicato nel 2026 parla esplicitamente della necessità di superare la “nota situazione di criticità della gestione Talete” e di realizzare gli efficientamenti necessari insieme a un piano degli interventi sostenibile, mentre la Regione ha dovuto continuare a finanziare opere riguardanti reti fognarie, depurazione, riduzione delle perdite e risparmio della risorsa idrica.
ARPA Lazio controlla gli impianti di depurazione verificandone conformità e capacità di trattare il carico inquinante, e pubblica i risultati dei controlli sulle acque reflue, segno che la qualità della depurazione non è un elemento secondario ma una condizione fondamentale dell’intero ciclo idrico. È da qui che dovrebbe partire una vera politica dell’acqua per la Tuscia. Non possiamo limitarci a riparare un depuratore quando presenta problemi: dobbiamo decidere quali impianti possano essere potenziati anche per produrre acqua affinata utilizzabile in agricoltura, quali aziende agricole possano essere servite, quali condotte siano necessarie e quanto costerebbe creare veri distretti del riuso.
Questo richiede investimenti, naturalmente, ma anche il costo di non farlo deve essere calcolato. Ogni metro cubo di acqua recuperata significa un metro cubo in meno prelevato da una falda, da un lago o da un’altra fonte che potrebbe essere destinata a usi più nobili, soprattutto durante i periodi di maggiore scarsità.
La Regione stessa prevede tra gli interventi finanziabili la realizzazione di impianti e strutture per il riutilizzo delle acque provenienti dai depuratori, quindi gli strumenti esistono. Quello che manca è trasformare questa possibilità in una scelta strategica per una provincia nella quale agricoltura e disponibilità idrica sono destinate a scontrarsi sempre più frequentemente.
Anche agli agricoltori bisogna chiedere innovazione, irrigazione di precisione, riduzione degli sprechi e colture compatibili con le nuove condizioni climatiche, ma la politica deve prima mettere a loro disposizione alternative concrete. Non si può chiedere di usare meno acqua mentre manca una rete capace di offrire acqua recuperata.
La questione, quindi, non è soltanto quanta acqua possiede la Tuscia, ma quante volte siamo capaci di utilizzarla prima di perderla. In una stagione nella quale discutiamo continuamente di economia circolare, continuiamo invece troppo spesso ad applicare all’acqua un modello lineare: la preleviamo, la usiamo, la depuriamo e la scarichiamo. Dovremmo cominciare a chiudere il cerchio, perché utilizzare acqua potabile dove non serve mentre scarichiamo acqua che potrebbe essere recuperata non è soltanto uno spreco ambientale, è uno spreco economico e, soprattutto, un fallimento della programmazione politica.


















