

INSIDE – Cosa c’entra la Tuscia con la bolgia di Piazza del Campo? Apparentemente nulla. Eppure, quella folle corsa sul tufo che da quattro secoli infiamma Siena ha un legame profondo con la nostra terra. Un legame che porta il nome di una leggenda assoluta del motorismo a quattro zampe: Angelo Meloni, detto Picino.
Nato a Canepina il 18 marzo del 1880, si trasferisce da bambino con la famiglia nella vicina Ronciglione. È tra quelle strade che scopre l’amore viscerale per i cavalli e la velocità. Un talento puro, il suo, che lo proietta subito lontano, fino a spingerlo nella morsa della corsa più bella, spettacolare e temibile del mondo: il Palio di Siena. Il ragazzo di Canepina non si è limitato a partecipare. Ha dominato. Di “carriere” (le corse del Palio) Picino ne ha azzannate ben 13, vestendo i colori di diverse contrade e correndo l’ultimo Palio alla soglia dei cinquantatré anni. Ma il suo cuore è sempre rimasto legato a un filo doppio alla Contrada dell’Oca, a cui ha regalato quattro trionfi memorabili.
Quel filo rosso tra Canepina e Fontebranda
La storia, a volte, si diverte a creare cerchi perfetti. Quando sono entrato nel museo di Canepina, non conoscevo l’epopea di questo straordinario personaggio. Ma è bastato uno sguardo alla vetrina a lui dedicata per far sobbalzare il cuore: quei colori, i colori dell’Oca, li conoscevo fin troppo bene. La fatalità, infatti, ha voluto che il mio primissimo servizio fotografico a Siena lo realizzassi proprio a Fontebranda, nel cuore pulsante della Nobile Contrada dell’Oca, grazie ad alcuni amici che lì avevano lo studio.
Era il 2 luglio del 2007. Non ero del tutto digiuno dei rigidi vincoli e della sacralità dell’evento, ma l’impatto fu un terremoto emotivo. Mi lanciai nella mischia. Il battito del cuore andava a mille, amplificato e quasi protetto dai canti di giubilo dei contradaioli che, come una marea umana, mi trascinarono dentro una Piazza del Campo stipata all’inverosimile.
Il boato della Piazza e lo scatto della “mossa”
Non avevo mai visto una simile densità di vita in un solo spazio. Finestre, balconi, palchi: ogni centimetro quadrato traboccava di occhi arrivati da tutto il mondo. Poi, il silenzio irreale che precede la “mossa”, il via alla gara. Il mio avamposto per scattare era in alto. Avevo la piazza sotto i piedi e lo sguardo che spaziava fino alla campagna senese. Al canapo il pathos è elettricità pura. I cavalli scalpitano, la tensione si taglia col coltello. Poi, il boato. I barberi scattano. Non è solo una corsa: è una guerra di cuore, rabbia e forza selvaggia. Quel 2 luglio 2007 il destino ha baciato un giovane Giovanni Atzeni, detto Tittia, vittorioso su Fedora Saura. Per chi? Per la Contrada dell’Oca, ovviamente.
Il Palio è la vita di un popolo
Metaforicamente, quel giorno ho vinto pure io. Ho catturato la storia con l’obiettivo e, dopo molti anni, ho trovato il modo di condividerla qui con voi. Ma oggi, a mente fredda, il pensiero torna ad Angelo Meloni. Se un solo Palio vissuto da spettatore ti stringe lo stomaco per sempre, come si sopravvive a 13 trionfi da protagonista? Per un fantino, quella vittoria è un marchio a fuoco che ti segna per l’eternità. Perché il Palio non è un evento turistico: è la vita di un popolo. E io, grazie a quel filo invisibile partito da Canepina, a modo mio quel giorno l’ho vissuto.
© Maurizio Di Giovancarlo Tuscia Fotografia La Fune
























