

TARQUINIA – Ci sono storie che rimangono custodite sotto la polvere del tempo, nascoste tra le pieghe di una memoria collettiva che a volte dimentica quanta bellezza e quanta grandezza siano passate per le nostre strade. Se vi dicessero che lo scienziato più famoso del ventesimo secolo, l’uomo che ha rivoluzionato il nostro modo di concepire il tempo e lo spazio, ha camminato lungo le nostre coste e respirato l’aria della nostra Maremma, probabilmente fatichereste a crederci. Eppure è tutto vero. Albert Einstein ha avuto un legame profondo, intimo e bellissimo con la Tuscia.
Per riscoprire questo filo invisibile dobbiamo fare un salto all’indietro di oltre un secolo, precisamente all’autunno del 1914. Mentre l’Europa si avviava a grandi passi verso il baratro della Prima Guerra Mondiale, a Tarquinia – che all’epoca si chiamava ancora Corneto – andava in scena una storia fatta di affetti familiari, terra da coltivare e disarmante normalità.
Tutto comincia tre anni prima, nel 1911. Maja Einstein, la sorella minore e amatissima dello scienziato, decide insieme al marito Paul Winteler di cambiare vita. Lasciano la Svizzera e scelgono l’Italia, un Paese che gli Einstein avevano nel cuore fin da ragazzi. La scelta cade proprio sulla Tuscia: acquistano una grande azienda agricola a Tarquinia, in località San Giorgio, a due passi dal mare.
Maja non è una turista di passaggio. Si rimbocca le maniche, diventa un’imprenditrice agricola, impara a conoscere i ritmi della terra viterbese, si dedica all’allevamento e si integra perfettamente nella comunità locale. San Giorgio diventa il suo rifugio, il suo angolo di paradiso. Ed è proprio qui, in quella tenuta accarezzata dal vento della Maremma, che nell’autunno del 1914 arriva lui: Albert. Ha 35 anni, ha già formulato la teoria della relatività ristretta e sta lavorando a quella generale che cambierà la storia della fisica per sempre. Ma a Tarquinia, Albert Einstein non è il genio assoluto; è semplicemente il fratello di Maja.
I documenti e i carteggi dell’epoca ci restituiscono un’immagine poetica e leggerissima del suo soggiorno nella Tuscia. Einstein trascorre diverse settimane a San Giorgio. Chi lo incontra lo vede passeggiare immerso nei propri pensieri tra i campi, godersi il cibo genuino del territorio e il clima mite del nostro autunno. Ma soprattutto, a Tarquinia, Einstein suona. La sera, sotto il portico della tenuta, imbraccia il suo amato violino e le note si disperdono nella campagna, regalando un momento di pace assoluta a un uomo che portava sulle spalle il peso del futuro della scienza.
Il legame degli Einstein con Tarquinia si interromperà qualche anno dopo, intorno al 1922, a causa di difficoltà economiche nella gestione dell’azienda e di un clima politico che in Italia stava drammaticamente cambiando. La tragedia si consumerà poi nel 1938 con le leggi razziali del fascismo: Maja, in quanto ebrea, sarà costretta a fuggire dall’Italia per rifugiarsi dal fratello a Princeton, negli Stati Uniti, dove si spegnerà nel 1951. Oggi della tenuta di San Giorgio resta la memoria storica, un patrimonio immateriale di inestimabile valore per tutta la Tuscia. Ci piace immaginare che tra quei campi di Tarquinia, guardando l’orizzonte dove il cielo si tuffa nel mar Tirreno, quel giovane scienziato spettinato abbia trovato, anche solo per un attimo, l’ispirazione per comprendere le leggi segrete dell’universo.

















