

BAGNOREGIO – C’è un suono, nuovo e antico allo stesso tempo, che sta ridisegnando la geografia della nostra Tuscia. Non è il rombo dei motori, né il frastuono di quel turismo distratto che scende dai bus, scatta una foto e riparte, lasciando dietro di sé solo l’ombra di un’opportunità mancata. È il ticchettio ritmato delle bacchette da trekking sull’acciottolato di Bagnoregio. Un ritmo costante, metodico, che annuncia l’arrivo di una tribù speciale: i camminatori.
Guardateli bene, quando sbucano tra i vicoli di Civita. Hanno gli scarponi polverosi e quegli zaini che sembrano enciclopedie di viaggio, zeppi di toppe cucite come medaglie al valore. Ogni cucitura è un chilometro di fatica, una storia vissuta. Sono gli eredi contemporanei di un Odisseo che ha smesso di cercare Itaca per innamorarsi della strada.
Questo fenomeno non è più una nicchia, è una rivoluzione gentile. Si muovono lungo le tracce del Cammino dei Tusci, respirano l’aria dei borghi silenti, intrecciano l’Umbria con l’Alto Lazio seguendo il richiamo dell’Intrepido Larth. Attraversano le valli, sfidano la verticalità dei Calanchi, costeggiano il lago di Bolsena. E mentre camminano, seminano ricchezza.
Perché il camminatore non è un turista “usa e getta”. Non può esserlo. Il cammino richiede tempo, e il tempo – in questa nostra economia della fretta – è il bene più prezioso che un territorio possa intercettare. È il tempo di un gelato in piazza, di un panino con la porchetta mangiato seduti sul muretto, di una cena vera, di un letto che accoglie la stanchezza nobile di chi ha vissuto la giornata con le proprie gambe.
Bagnoregio, che qualcuno voleva vedere “logorata e sfiancata” dall’overtourism, sta trovando in questo flusso umano la cura più autentica. Una rinascita che nasce dalla lentezza.
Ma non è solo la Teverina a cambiare rotta. Spostando lo sguardo più a sud, tra Villa San Giovanni, Barbarano Romano e Blera, scopriamo la culla di questa visione. Qui, un gruppo di ragazzi con la testa piantata sulle spalle e lo sguardo lungo ha capito per primo che il futuro non si costruisce a grandi proclami, ma tracciando sentieri. Hanno avuto l’astuzia visionaria di lanciare il “cammino più piccolo d’Italia”, trasformando una scommessa in un motore economico. Merito di una narrazione sapiente, quella di Stefano Mecorio, e di un pragmatismo che ha spinto giovani imprenditori a riaccendere le luci su serrande che sembravano destinate a restare chiuse, inaugurando birrerie e piccoli presidi di accoglienza là dove c’era solo silenzio.
C’è da riflettere, davanti a questo spettacolo. C’è da ammirare la caparbietà di chi non ha aspettato le grandi direttrici dello sviluppo, ma ha preferito segnare un sentiero nel bosco. C’è da rimboccarsi le maniche, perché questo modello non è un punto di arrivo, ma una responsabilità. La Tuscia ha riscoperto il piacere di camminare, e in questo passo cadenzato sta scrivendo, finalmente, una pagina nuova della sua storia. Il futuro è lì, a portata di scarponi. Basta solo avere la voglia di mettersi in cammino.


















