

IL DOMENICALE -Nel 2026 quasi quarantadue euro ogni cento spesi dalle famiglie italiane sono assorbiti da casa, energia, sanità, trasporti, assicurazioni e altre voci difficilmente comprimibili. Il rischio è rispondere ancora una volta con contributi pubblici: soldi presi dalla fiscalità generale per aiutare i cittadini a pagare costi troppo elevati. Sarebbe un circuito che sposta il problema senza risolverlo. La vera sfida è ridurre strutturalmente quei costi e restituire alle famiglie libertà di scelta.
La fotografia diffusa da Confcommercio spiega meglio di molti indicatori perché tante famiglie, senza essere formalmente povere, abbiano la sensazione di poter decidere sempre meno della propria vita economica. Nel 2026 le spese obbligate assorbono il 41,7 per cento dei consumi, contro il 37 per cento del 1995, per 9.693 euro pro capite. La casa pesa per 5.335 euro, assicurazioni e carburanti per 2.310, l’energia per 1.829. Ancora più significativo è l’andamento dei prezzi: dal 1995 quelli delle spese obbligate sono cresciuti molto più rapidamente di quelli dei beni acquistabili liberamente.
La questione, allora, non è soltanto quanto guadagniamo, ma quanta parte del reddito possiamo ancora scegliere come utilizzare. Se aumentano affitto o mutuo, bollette, assicurazione dell’auto o spese sanitarie, la famiglia non può semplicemente cancellarli. Taglia altrove, rinvia un acquisto, riduce le uscite, rinuncia a qualche giorno di vacanza, rimanda una manutenzione. La povertà non arriva necessariamente tutta insieme, può presentarsi come una progressiva riduzione della vita possibile, ma proprio in questo caso bisogna evitare la scorciatoia più facile: un altro bonus.
Un contributo pubblico è indispensabile quando serve a impedire che una famiglia fragile rimanga senza riscaldamento, casa o cure. La solidarietà non è in discussione. Diverso è trasformare il sostegno pubblico nella risposta ordinaria a prezzi strutturalmente troppo alti. Se il cittadino paga troppo un servizio, lo Stato interviene per aiutarlo e finanzia quell’intervento con le tasse pagate dagli stessi cittadini, abbiamo costruito una compensazione, non una soluzione. L’obiettivo dovrebbe essere opposto, cioè quello di ridurre il costo delle spese inevitabili senza scaricarlo sulla fiscalità generale.
Sulla casa significa innanzitutto utilizzare meglio il patrimonio esistente. Più immobili vuoti tornano sul mercato, maggiore è l’offerta e minore può diventare la pressione sui canoni. Servono procedure più semplici, maggiore tutela nei rapporti di locazione, recupero del patrimonio pubblico inutilizzato e riqualificazione energetica capace di diminuire stabilmente i consumi. Un edificio che richiede meno energia continua a produrre risparmio ogni anno, senza bisogno di un assegno pubblico permanente.
Lo stesso principio vale per energia e assicurazioni. Il consumatore deve poter confrontare facilmente prezzi e condizioni, cambiare operatore senza ostacoli, capire ciò che firma e unirsi ad altri consumatori per acquistare servizi a condizioni migliori. Dove il singolo è debole, l’aggregazione della domanda può creare potere contrattuale, dove esistono rendite, opacità o costi amministrativi ingiustificati, il compito della politica è eliminarli, non finanziarli.
Nella Tuscia c’è poi una spesa obbligata che assume un peso particolare, il costo dell’automobile. Per molte famiglie non è una scelta di comodità. Se si vive in un centro minore e si lavora a Viterbo, Orte o Roma, oppure si deve raggiungere un ospedale o una stazione, senza collegamenti pubblici affidabili l’auto diventa indispensabile. A quel punto carburante, assicurazione, manutenzione e spesso una seconda vettura costituiscono una sorta di sovrapprezzo pagato per vivere in un territorio con una mobilità insufficiente. Per questo una ferrovia più efficiente verso Roma e Orte, l’integrazione reale tra treni, Cotral e trasporto urbano, orari coordinati e parcheggi di scambio non sono soltanto politiche dei trasporti. Sono politiche per il reddito. Se una famiglia può rinunciare alla seconda automobile, il beneficio economico arriva senza che lo Stato debba accreditarle un bonus sul conto corrente.
Persino la sanità entra nello stesso ragionamento. Quando una visita pubblica richiede tempi incompatibili con il bisogno, chi può paga il privato. Formalmente è una scelta, nella realtà spesso non lo è. Ridurre le liste d’attesa, rafforzare la medicina territoriale e utilizzare la telemedicina nelle aree interne significa evitare che anche la salute diventi una voce sempre più pesante del bilancio familiare. Dovremmo forse affiancare al concetto di reddito disponibile quello di reddito realmente libero, cioè quanto rimane dopo avere pagato ciò che non possiamo evitare, è lì che si misura una parte concreta della libertà economica.
Lo Stato sociale deve continuare a proteggere chi non ce la fa, ma una buona politica economica dovrebbe avere un’ambizione più alta, cioè fare in modo che sempre meno cittadini abbiano bisogno di un bonus per riuscire a vivere normalmente.


















