

NARRARE VITERBO – Come ha insegnato anche il grande filosofo e sociologo Edgar Morin la “narrazione” è un processo culturale che, richiamandosi al mito, attribuisce identità ad una comunità, ad una città. E questa identità può essere giocata sul mercato culturale e turistico assegnando a quella comunità, a quella città, a quel territorio una particolare specificità, un particolare fascino e una singolare attrattività, anche simbolica.
Il mito non è leggenda pittoresca, non lo è mai: è spirito, è cultura, è identità, è storia, è il “noi” di una città, di una comunità. Non ne faremo oggetto di una lunga e dotta illustrazione di dove si sia originato. Se ne darà un bagliore un lampo, un suono che proviene da lontano. E poi starà a ciascuno di noi ritrovarne la presenza misteriosa tra le vie, le pietre, gli scorci della Città; da cittadini, da residenti, da visitatori, da turisti, da curiosi, da poeti.
Questa storia ci riconduce ad una zona di Viterbo, tra Strada Signorino, Strada Freddano e Strada Risiere, ricca di ricordi storici e leggendari, su cui torneremo.
Francesco Mattioli

«Anno 1200…li Viterbesi coprirno una cava, che si chiama la Cava di Gorga, e la fecero fogliata, e pareva che sopra essa fosse un bello e spazioso piano: poi tutto l’orto acquatile da quel lato allagorno d’acqua, e però erano tutti fanghi. Li Romani vennero tutti a schiera e serrati l’uno appresso l’altro come pigne; ed essendo sopra detta cava fogliata, per lo gran peso di loro la cava sfondò, e ne cascorno tanti dentro nella cava, che più de mille ne morirno. L’altri che passavano, giungendo alli detti orti tutti loro cavalli si ficcavano ne’ fanghi, e non potevano sfangarsi senza loro gran detrimento; e loro fanti a piè non ci volevano entrare».
Insomma, una bella trappola per i cavalieri romani…
È la cronaca che Niccolò della Tuccia, rivedendo le memorie di Lanzillotto da Viterbo e Iuzzo di Cobelluzzo, cronisti dei primi del XIII secolo, scrive a proposito di un periodo di lotte tra Viterbo e vari nobili romani che, ora supportati dal papa, ora dall’imperatore, ora dai Prefetti Di Vico, tentavano di impossessarsi della Città, snodo importante sulla via che conduceva dal Nord a Roma. Gli esiti furono talvolta positivi talaltra negativi.
Questo episodio è rimasto nella memoria locale, certamente abbellito e ingigantito dall’orgoglio cittadino, perché dimostrava l’astuzia, il coraggio e la determinazione dei viterbesi d’allora.
La Cava di Gorga non è altro che una delle vie cave, di origine etrusca, che costituivano parte del percorso di Strada Signorino, a pochi passi da Porta Faul. Una zona, questa, intrisa di richiami storici, ma anche di racconti leggendari, che hanno contrassegnato il periodo più fulgido della storia viterbese, tra il XII e il XIII secolo.
Lì nei pressi c’è anche la Cava di S. Antonio, sempre lungo la Strada Signorino, dove avvenne un miracolo, attribuito alla Madonna de La Quercia, nel febbraio del 1506. Narra lo storico viterbese Cesare Pinzi che il cavaliere Giovanbattista Spiriti, inseguito da alcuni ladroni sul pianoro sovrastante, si ritrovò stretto fra costoro e il burrone della Cava. Si raccomandò alla Madonna e il suo cavallo, ispirato dalla Vergine, lo avvertì: “Tienti Spirito, ché io salto”. Il cavallo così volò oltre lo sprofondo e i ladroni rimasero a bocca asciutta. Un tardo affresco, posto alla sommità della Cava, ricorda questo eccezionale episodio.
N. della Tuccia, Cronache e statuti della città di Viterbo, 1476
C. Pinzi, Storia della città di Viterbo, 1872



















