

IL DOMENICALE – La scuola pubblica italiana ha costruito negli anni una forma di tassazione che non compare nelle buste paga e nei bilanci dello Stato, ma arriva direttamente alle famiglie ogni settembre, quando bisogna acquistare libri, dizionari, zaini, quaderni, strumenti tecnici e tutto ciò che serve per permettere a un ragazzo di esercitare un diritto teoricamente gratuito. Secondo Federconsumatori, nel 2026 il solo corredo scolastico, compresi i ricambi durante l’anno, costa mediamente 673,60 euro per alunno, il 2,3 per cento in più rispetto all’anno precedente: una cifra alla quale devono essere aggiunti i libri e che porta facilmente la spesa complessiva oltre i mille euro.
Per una famiglia con due figli significa assorbire in poche settimane una parte consistente del reddito, senza avere ancora pagato l’abbonamento ai trasporti, il computer, la connessione, le attività sportive, le visite didattiche e gli eventuali corsi di recupero. Dire che si può risparmiare rinunciando ai prodotti di marca serve soltanto a spostare il discorso, perché il problema non è il desiderio dello zaino firmato, ma l’enorme quantità di acquisti che il sistema classifica come privati pur rendendoli necessari alla partecipazione scolastica, ai quali si aggiungono richieste diverse da classe a classe e materiali talvolta utilizzati soltanto per pochi mesi.
Esiste poi un secondo conto, meno visibile e ancora più ingiusto, formato dalle ripetizioni e dalle attività extrascolastiche che compensano ciò che la scuola non riesce a garantire. Se un ragazzo incontra difficoltà, la famiglia che può permetterselo cerca un insegnante privato, paga un corso di lingua, acquista un programma o lo iscrive a un doposcuola; mentre chi non ha denaro aspetta che il problema diventi un’insufficienza, una bocciatura o un abbandono. Alla fine, i risultati vengono presentati come conseguenza esclusiva dell’impegno individuale, cancellando il mercato privato che ha sostenuto alcuni studenti e lasciato soli gli altri, così il denaro speso dai genitori finisce per essere certificato dalla scuola come merito dei figli.
Anche il tempo familiare possiede un valore economico, sebbene nessuno lo contabilizzi. Accompagnare i ragazzi, controllare quotidianamente piattaforme e registro elettronico, partecipare alle riunioni, recuperare materiali, gestire entrate posticipate, uscite anticipate e improvvise variazioni significa sottrarre ore al lavoro e alla vita, un peso che continua a ricadere soprattutto sulle donne. Nella Tuscia, dove molti studenti devono spostarsi da un comune all’altro, l’automobile dei genitori diventa spesso una componente nascosta del servizio scolastico, con costi di carburante, manutenzione e tempo che l’amministrazione semplicemente trasferisce sulle case.
Borse di studio e contributi sono necessari, ma non possono rappresentare l’unica risposta, perché arrivano dopo che il prezzo è stato prodotto, richiedono domande, certificazioni, scadenze e anticipazioni, escludendo spesso quella fascia di famiglie che supera di poco i limiti Isee senza possedere un reddito davvero sufficiente. Nel Lazio, per l’anno 2025-2026, sono stati riconosciuti come beneficiari 18.455 studenti, un numero che dimostra quanto il costo dell’istruzione sia ormai un problema collettivo e quanto sia insufficiente continuare a trattarlo come una somma di difficoltà individuali da attenuare con interventi occasionali.
La risposta deve incidere sulla formazione della spesa, attraverso libri concessi in comodato, testi realmente utilizzabili per più anni, biblioteche scolastiche dotate anche di dispositivi, piattaforme pubbliche per lo scambio dell’usato, materiale tecnico acquistato direttamente dagli istituti e attività di recupero gratuite. Gli editori devono essere coinvolti in accordi che garantiscano prezzi sostenibili e durata delle edizioni, mentre scuole dello stesso territorio potrebbero coordinare acquisti e dotazioni, evitando che ogni famiglia venga lasciata sola davanti a un mercato nel quale la domanda è obbligata e quindi quasi priva di forza contrattuale.
Non serve distribuire periodicamente un altro contributo finanziato dalle stesse tasse pagate dai cittadini; serve impedire che il diritto generi continuamente nuove spese private, distinguendo ciò che è davvero necessario da ciò che viene richiesto per abitudine o per incapacità organizzativa. Se la partecipazione alle lezioni, il recupero di una difficoltà e la libertà di scegliere il proprio percorso dipendono dalla possibilità di spendere, la retta scolastica esiste già, anche se viene riscossa in decine di pagamenti diversi e nessuno ha il coraggio di chiamarla con il suo nome.


















