
VITERBO – C’è un punto, semplice e radicale, nel messaggio lanciato dagli studenti di Terni sulla Biblioteca Comunale: la biblioteca è spesso l’unico luogo della città in cui i giovani possono stare, incontrarsi, studiare e parlare senza dover consumare obbligatoriamente nulla. Un’affermazione che risuona con forza anche a Viterbo e nell’intera Tuscia, territori in cui gli spazi pubblici gratuiti e realmente accessibili si sono progressivamente ridotti, lasciando ai giovani alternative sempre più povere e omologate.
Nelle città medie e nei contesti di provincia, la biblioteca non è – o non dovrebbe essere – soltanto un luogo di conservazione del sapere. È uno dei pochi presìdi civili rimasti, uno spazio neutro e inclusivo, dove non si entra come clienti ma come cittadini. Un luogo che non chiede di consumare, di esibire, di comprare, ma semplicemente di esserci. In un tempo segnato dalla mercificazione di ogni relazione e di ogni spazio urbano, questo dato assume un valore politico e culturale enorme.
Eppure, proprio mentre cresce il bisogno di luoghi di questo tipo, le biblioteche faticano a svolgere pienamente il loro ruolo. A Viterbo, come in molte altre realtà simili, il problema non è solo la scarsità di risorse, ma una visione ancora troppo ristretta di ciò che una biblioteca può e deve essere oggi (visione ristretta del potere di turno non di chi guida la biblioteca n.d.r.) Orari limitati, chiusure serali, aperture discontinue nel fine settimana rendono di fatto inaccessibile uno spazio che dovrebbe essere centrale nella vita della comunità, soprattutto per
studenti, giovani lavoratori e pendolari.
Il nodo delle aperture il sabato e la domenica è emblematico. Proprio nei giorni in cui il tempo libero potrebbe essere dedicato allo studio, alla lettura, alla socialità culturale, la biblioteca spesso resta chiusa o apre solo parzialmente. È una contraddizione che colpisce in particolare i giovani: da un lato si chiede loro di formarsi, partecipare, crescere; dall’altro si nega l’accesso ai pochi luoghi pubblici che renderebbero possibile tutto questo. Aprire nel weekend non è un vezzo organizzativo, ma il riconoscimento di come sono cambiate le vite, i ritmi e i bisogni delle persone.
Accanto al tema degli orari, c’è poi una questione altrettanto decisiva: la trasformazione degli spazi interni delle biblioteche. Pensarle esclusivamente come luoghi di silenzio assoluto e di studio individuale significa ignorare le forme contemporanee di apprendimento e socialità. Oggi studiare vuol dire anche lavorare in gruppo, ascoltare contenuti audio, confrontarsi, utilizzare risorse digitali, connettersi stabilmente a internet.
Per questo è necessario destinare porzioni delle biblioteche a spazi differenziati e riconoscibili: aree multimediali, zone per l’ascolto della musica con le cuffie, spazi per il lavoro collaborativo, ambienti pensati per il digitale e non solo per il libro cartaceo. Non si tratta di snaturare la biblioteca, ma di riconoscere che la cultura è un ecosistema plurale, fatto di linguaggi diversi che convivono. Le biblioteche che hanno intrapreso questo percorso – in Italia e in Europa – sono diventate luoghi vissuti, attraversati, abitati quotidianamente da giovani che le sentono come proprie. Dove questo non accade, il rischio è l’irrilevanza: spazi formalmente prestigiosi, ma socialmente marginali.
Il valore di questa trasformazione va ben oltre la dimensione culturale. Una biblioteca aperta, accessibile e moderna è uno strumento di coesione sociale. Offre un’alternativa concreta alla solitudine domestica, all’isolamento digitale, alla socialità mediata esclusivamente dal consumo. In territori come la Tuscia, segnati dallo spopolamento giovanile e dalla difficoltà di trattenere studenti e giovani professionisti, questi spazi possono fare la differenza. Possono diventare luoghi di radicamento, di appartenenza, di costruzione di legami.
Non è un caso che studi internazionali, come quelli promossi dall’American Library Association, mostrino come orari flessibili e spazi multifunzionali aumentino la partecipazione civica, migliorino il benessere e rafforzino il senso di comunità. Investire nelle biblioteche non è una spesa improduttiva, ma una scelta strategica che produce ritorni educativi, sociali e persino economici nel medio e lungo periodo.
Alla fine, la questione è profondamente politica, nel senso più alto del termine. Che idea di città e di comunità vogliamo costruire? Una città che delega l’aggregazione giovanile esclusivamente ai bar e ai centri commerciali, o una città che scommette su spazi pubblici aperti, gratuiti e inclusivi? Una comunità che considera la cultura un costo, o una che la riconosce come infrastruttura essenziale del bene comune?
L’appello che arriva da Terni parla anche a Viterbo e alla Tuscia. Chiede alle amministrazioni locali di avere coraggio, di ripensare priorità e investimenti, di immaginare biblioteche aperte anche la sera, vive il sabato e la domenica, capaci di accogliere le esigenze reali delle nuove generazioni. Perché una biblioteca più aperta e più contemporanea non è solo un servizio migliore: è il segno di una città che non rinuncia a essere comunità.

















