

VITERBO – Quando la politica decide di ignorare la realtà dei marciapiedi, di solito la realtà bussa alla porta dei Palazzi della politica. E non lo fa con i modi felpati della diplomazia, ma con il peso specifico dei numeri. Cinquecentosedici, per l’esattezza.
Sono 516 le firme raccolte in pochissimi giorni e consegnate questa mattina in Comune: 52 schede fitte di nomi, cognomi e storie di residenti e commercianti di via della Pila e delle vie limitrofe. Una mobilitazione nata da uno spontaneismo lodevole, senza bandiere, senza partiti a tirare la giacca, ma con un’unica, chiarissima richiesta: fermatevi, ascoltateci e smontate questo pasticcio.
Perché la vicenda dei 74 metri della ciclabile della discordia non è più solo una questione di cordoli e sensi unici. È diventata il simbolo di un modo di amministrare che cala le decisioni dall’alto, in totale dispregio dei minimi principi democratici di ascolto e condivisione. Il tema è più ampio: riguarda la responsabilità di chi è stato eletto per dialogare con la città, non per imporre esperimenti urbanistici sulla pelle di chi quella città la vive ogni giorno.
Le ragioni della protesta sono scritte nell’evidenza dei fatti. La nuova pista ciclabile a senso unico è, per stessa ammissione di chi la osserva quotidianamente, totalmente priva di fruizione. Non ha né un inizio né una fine logica. In compenso, il posizionamento di enormi cordoli posizionati ben oltre la segnaletica ha ristretto la carreggiata a tal punto da rendere sostanzialmente impossibile la normale viabilità. Il tutto in una zona residenziale e commerciale già congestionata per la presenza di scuole e dell’università, dove la carenza di parcheggi – anche a tempo – sta strangolando le attività di vicinato.
E poi c’è il capolavoro del “marciapiede”. Quella striscia pedonale ricavata tra il muro e la ciclabile è la rappresentazione plastica dell’assenza di qualsiasi verifica preventiva. Quel percorso parallelo è un catalizzatore di pericoli: buche, tombini non manutenuti, radici degli alberi che sollevano l’asfalto. Roba che per una persona anziana o fragile significa rischiare l’osso del collo ogni dieci metri.
La situazione è talmente al limite che i residenti stanno valutando l’opportunità di affidare l’incarico a un tecnico specializzato per verificare la regolarità del nuovo tracciato pedonale sotto il profilo della sicurezza. Se l’analisi confermerà i dubbi, la palla passerà direttamente alle autorità competenti.
Se il rimedio è peggiore del male: gli imbuti di via Cattaneo e via Bixio
Neanche l’ipotesi del senso unico sul tavolo dell’amministrazione sembra convincere. Anzi, rischia di essere il classico rimedio peggiore del male. Trasformare via della Pila significherebbe far diventare via Carlo Cattaneo un imbuto impraticabile in certe ore della giornata, spostando il caos su via Nino Bixio che, per le sue dimensioni ridotte, diventerebbe un percorso ad altissima pericolosità.
I cittadini non chiedono la luna. Chiedono di non subire piani e programmi privi di una concreta utilità. Chiedono che la politica torni a fare il suo mestiere originario: risolvere i problemi, non crearli.
Un atto di coraggio e di maturità politica da parte di Palazzo dei Priori ci sarebbe: dare l’ordine di rimuovere quei 74 metri di cordoli inutili e dannosi, congelare i provvedimenti e aprire finalmente un tavolo di confronto vero, serio e senza prevaricazioni con il quartiere. Ammettere un errore di valutazione non è un segno di debolezza, ma di profonda intelligenza amministrativa. Cinquecentosedici cittadini hanno appena firmato per ricordarlo. Ora la risposta spetta a chi governa la città.

















