

VITERBO – Prima dei corridoi diplomatici di Bruxelles, prima dei ministeri e delle missioni nei teatri di guerra, c’è stata un’estate di cinquant’anni fa che ha legato per sempre il nome di Emma Bonino al nostro territorio. Un filo rosso, anzi radicale, che intreccia la grande storia dei diritti civili italiani alle urne della Tuscia e del Lazio meridionale.
È il 1975 quando la ragazza di Bra decide di sfidare a viso aperto lo Stato. Ha ventisette anni, è tra le fondatrici del Cisa (Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto) e compie il gesto che cambierà per sempre la sua vita e la storia del Paese: si autoaccusa del reato di procurato aborto. In un’Italia ancora ingessata, dove l’interruzione di gravidanza è considerata un crimine da punire con il carcere, quel gesto d’impatto fu una deflagrazione culturale prima ancora che politica.
L’anno successivo, il 1976, segna la vera svolta istituzionale. Il Partito Radicale decide di misurarsi alle elezioni politiche e schiera Emma Bonino come capolista alla Camera in diverse circoscrizioni. I riflettori si accendono sul collegio Roma-Viterbo-Latina-Frosinone.
A soli 28 anni, con la forza propulsiva di una militanza vissuta sui marciapiedi e nelle piazze, la Bonino conquista l’ingresso a Montecitorio incassando ben 12.855 preferenze proprio nella circoscrizione che comprendeva la nostra Viterbo.
Un risultato clamoroso che le permette di varcare la soglia del Parlamento insieme ad altri tre giganti della storia radicale: Marco Pannella, Mauro Mellini e Adele Faccio.
Da quel seggio conquistato anche grazie ai voti dei viterbesi prese il via una parabola straordinaria: la fuorilegge del 1975 divenne una delle figure più autorevoli della Repubblica e dell’Unione Europea, senza mai rinnegare quell’impronta ostinata e contraria che nel 1976 portò per la prima volta la rosa nel pugno tra le istituzioni del Paese.

















