La pizza su due piatti inventata in un 'Monastero' di Viterbo
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Galiano Troscia, proprietario del Monastero di Viterbo, ci racconta come ha creato la pizza su due piatti che vanta un incredibile numero di imitazioni

Se vi capita di girare per l’Italia o per il mondo e trovare una pizza lunga, servita su due piatti, è bene che sappiate che è una creazione puramente viterbese. La pizza su due piatti, infatti, nasce proprio nel cuore del capoluogo, nel quartiere San Pellegrino all’interno di un ‘Monastero’ della città. Ci riferiamo ovviamente a IL Monastero, la storica pizzeria in via Fattunghieri, nella quale abbiamo incontrato il proprietario, Galiano Troscia, che ci ha svelato i segreti della sua invenzione.

Galiano ci rivela che la pizza su due piatti è nata da un errore: “A volte le cose belle vengono fuori per sbaglio. Pensiamo alla penicillina di Fleming, scoperta mentre si cercava tutt’altro. Così è capitato per la pizza su due piatti del Monastero”. Galiano inizia la sua carriera nei primi anni ’80, ma solo nel 1988 diventa il titolare del locale, che nella città operava già da una decina d’anni. “All’inizio, lo confesso, non mi sentivo un bravo pizzaiolo. Le pizze che facevo non erano perfettamente tonde e veniva sempre un po’ allungate”.

La sorpresa per Galiano, infatti, è stata l’apprezzamento dei clienti per quelle pizze un po’ oblunghe. “Ho pensato di migliorarle e di disporre la pizza su due piatti. È stato un successo e oggi la pizza del Monastero vanta un gran numero di imitazioni ovunque”. A rendere la pizza ottima, oltre al sapiente lavoro del pizzaiolo, c’è anche il tipico impasto viterbese: piuttosto sottile, a differenza della classica pizza napoletana, tale da non risultare pesante anche se servita in maniera “doppia”.

La creazione della pizza su due piatti, ha poi reso possibile per Galiano l’introduzione di altre migliorie, come la possibilità di avere una pizza bi-gusto. “Il secondo passaggio è venuto quasi naturale. Quando servi una pizza su due piatti, è ovvio aspettarsi di poter usare due condimenti diversi su di essa”. La curiosità, poi, ci fa chiedere se Galiano nella sua cucina abbia anche inventato qualche condimento tutto suo.

“Quando ho iniziato questo lavoro le pizzerie servivano solamente poche tipologie di pizza: la margherita, la napoletana, la marinara, la diavola e la semplice focaccia. Negli anni ho cercato di creare nuovi gusti, per dare ai clienti più possibilità di scelta, ma devo dire che le conclusioni alle quali sono arrivato sono pressapoco le stesse a cui sono arrivati altri pizzaioli nello stesso tempo. I gusti di cui vado più orgoglioso, però, sono sicuramente quello della pizza alla carbonara e quello con prosciutto e panna da cucina”. È comunque la pizza margherita, ci confessa lo stesso Galiano, la pizza ancora più richiesta nel suo locale.

La storia del Monastero di Galiano e della sua pizza su due piatti continua da trent’anni. Decenni di successi nei quali il ristorante è diventato uno dei più famosi della Tuscia: costantemente affollato in qualsiasi periodo dell’anno. Un fiore all’occhiello per Viterbo e, nello specifico, per il quartiere di San Pellegrino che lo ha sempre ospitato nel suo cuore.

Riscoprire proprio in questo periodo questa particolare creazione di Viterbo è di fondamentale importanza. A breve, infatti, la pizza italiana potrebbe essere riconosciuta dall’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità (riconoscimento che l’America avrebbe voluto sottrarre al Bel Paese) e avere una particolare variante nella nostra città, non può che riempire d’orgoglio gli abitanti della Tuscia.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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