

SPECIALE SANTA ROSA – La sera di settembre a Viterbo ha un odore preciso che sa di attesa mischiata a sudore e cera d’api. Non c’è spazio per la melassa dei racconti preconfezionati perché questa è una festa di carne e di voci che si rincorrono sui muri di pietra scura.
È un chiamare continuo di nomi e soprannomi e gradi di parentela che rimbalza da una finestra all’altra. Mario! Massimo! Angelo! Emanuele! C’è anche mio cugino dice un ragazzo all’amico appollaiato su un sostegno di fortuna, quasi in bilico pur di vedere spuntare la nuvola bianca dei Facchini di Santa Rosa.
La gente assiepata in ogni angolo, in ogni balcone, in ogni finestra grida a squarciagola “evviva Santa Rosa” “evviva i Facchini di Santa Rosa”, in un boato unico. C’è il saluto rapido alle famiglie e agli amici con il ciuffo sventolante tra la folla. L’emozione di stare dietro a questi uomini. Ritrarli poi inginocchiati davanti alla Macchina fa un certo effetto. Ti tremano le gambe a guardarli.
Diciamolo chiaramente che la vera attrazione sono solo loro. Ma lo è altrettanto l’opera artistica della Macchina. Questo colosso di luce fa il suo più vero effetto quando illumina la notte e porta con sé la storia di questa opera bellissima, dove ogni dettaglio è pura arte.
Per trasportare questo capolavoro serve una formazione totale di centosettanta uomini. Una forza d’urto enorme, che viene schierata al completo solo nel finale. Questa cifra infatti cambia lungo il percorso per le esigenze che la strada richiede e la formazione totale serve solamente nell’ultimo tratto. Sicuramente quello più difficile, che è quello tutto in salita da piazza Verdi al sagrato della basilica di Santa Rosa. Non a caso porta il nome di largo Facchini di Santa Rosa. Ed è proprio qui che si rivela l’enorme valore di questi “meravigliosi leoni di Viterbo”, come li ha definiti anche il vescovo Orazio Francesco Piazza.
Il trasporto di Dies Natalis è stato bellissimo e potente. Un cammino dove tutti hanno dato veramente il massimo della vita. È stato un percorso impegnativo per lo sforzo visivo ed emotivo, con doppi sollevati e fermi e doppie girate accompagnate da dediche particolari
che stringevano la gola a chi guardava. Tutto questo sforzo sovrumano è stato ripagato dal forte attaccamento del pubblico. E dire forte è dire poco. La spinta della gente lungo tutto il tragitto è stata una scarica di energia pura, che ha sollevato la struttura insieme ai Facchini. Una splendida cavalcata, guidata da questo attaccamento viscerale a Santa Rosa. Questa devozione assoluta e questo amore immenso per la Santa di Viterbo.
A questo punto, dopo tanta fatica si può dire davvero che i Facchini danno del tu alla Macchina, come si dice a Viterbo. Una cavalcata che ha riportato la struttura e simbolicamente Rosa a casa.
© Maurizio Di Giovancarlo Tuscia Fotografia



























