

CELLENO – A Celleno, si sa, le tradizioni non si limitano a essere conservate in naftalina; vengono coltivate, annaffiate e, quando serve, anche battezzate di nuovo. Ieri sera il borgo ha vissuto una di quelle pagine destinate a finire negli annali non tanto per la solennità in sé, quanto per la curiosa e riuscita fusione tra l’eterno e il contingente, tra il sacro che scende dal cielo e la ciliegia che pende dai rami.
È nata, ufficialmente, la devozione alla “Madonna delle Ciliegie”. Un titolo che, detto così, potrebbe far storcere il naso ai teologi più rigorosi, ma che nella Tuscia – terra dove il confine tra il patrono e il prodotto tipico è sottile come una buccia di frutto – assume un valore quasi politico. Perché dietro questa nuova icona, dipinta magistralmente dalla mano di Mariangela Cappa e arrivata in dono da quel di Ceresara, c’è molto di più di un semplice gemellaggio tra comuni. C’è il tentativo, riuscito, di saldare l’identità di una comunità attorno a un simbolo che sia, al tempo stesso, spirituale e di mercato.
La processione ha sfilato tra le vie del paese con il passo lento di chi sa che la fede, in questi luoghi, passa anche per il rispetto della stagionalità. Don Giusto Neri, con il suo consueto pragmatismo pastorale, ha ringraziato tutti: volontari, istituzioni, Protezione Civile e quelle famiglie che hanno trasformato l’asfalto in un tappeto di lumini e fiori. Una scenografia che deve aver fatto sorridere il cielo, tra un canto del Rosario e il profumo, ancora acre, dei fuochi d’artificio sparati dalla Pro Loco a chiusura dei giochi.
C’è una nota di orgoglio campanilistico in tutto questo, ed è bene che ci sia. Mentre altrove le tradizioni si svuotano, a Celleno si aggiunge un capitolo. La XXXIX edizione della Festa delle Ciliegie, che ufficialmente ha aperto i battenti proprio con questa investitura mariana, non è più solo una sagra mangereccia, ma un rito. Si benedice il raccolto, si protegge la famiglia e, per riflesso, si garantisce che il marchio “Celleno” continui a brillare sui mercati.
Certo, qualcuno potrebbe obiettare che mescolare la Vergine con l’agricoltura sia un’operazione d’altri tempi. Ma guardatevi attorno: in un mondo che corre verso un’omologazione grigia e senza radici, il fatto che un borgo della Tuscia si fermi a pregare davanti a un’immagine che celebra il frutto locale è un atto di resistenza. Un’operazione di marketing territoriale? Forse. Ma se la fede serve a unire una comunità, a ricordare chi siamo e cosa produciamo, allora ben venga anche la Madonna delle Ciliegie. Perché in fondo, tra il sacro e il profano, da queste parti, la differenza la fa solo quanto sei disposto a credere nella tua terra.

















