
Alla fine di ottobre del 1896 tirava il suo ultimo respiro Domenico Tiburzi, più noto come “Domenichino”. Professione brigante, nato sotto lo Stato Pontificio e morto sotto il Regno d’Italia. Una vita a cavallo la sua, non solo tra gli Stati. Nato a Cellere ha finito i suoi giorni a Capalbio, in quella Maremma che ha tanto amato e che con i suoi boschi e la sua natura selvaggia l’ha riparato in tante occasioni.
Tiburzi era in realtà tanto amato dal popolo quanto odiato dal potere di turno. Brigante sì, autore di tante nefandezze sì ma anche un po’ una sorta di Robin Hood nostrano. La storia leggendaria della sua tomba incarna bene tutto questo. Alla sua morte infatti pare che il parroco si fosse rifiutato di farlo seppellire nel cimitero, ritenendolo un criminale senza Dio. Ma di altro avviso sarebbe stata la popolazione, che aveva visto in Tiburzi un paladino della povera gente contro le angherie dei grandi proprietari terrieri.
La disputa così si risolse con un compromesso: il corpo di Tiburzi venne seppellito al confine: metà dentro e metà fuori dal cimitero. Poi il piccolo cimitero di Capalbio è stato ingrandito e ora “quel diavolaccio di Maremma” è tutto nel camposanto. La sua tomba è un’antica colonna romana, la stessa dove una volta morto il brigante venne legato e fotografato.


















