

Guardiamo i fiumi che si ritirano, misuriamo ogni giorno l’abbassamento dei laghi, ascoltiamo l’allarme costante degli agricoltori costretti a fare i conti con un’aridità che non dà tregua. La crisi idrica non è più uno scenario futuribile, è la cronaca quotidiana di un Paese, l’Italia, che si scopre fragile e assetato. Ma mentre il dibattito pubblico si concentra giustamente sulle grandi infrastrutture, sui bacini e sulla gestione dei canali, una risposta fondamentale continua a rimanere colpevolmente in ombra: lo stato di salute del suolo.
A rimettere al centro dell’agenda questa priorità è il nuovo rapporto “Suolo come Spugna del Carbonio”, diffuso in queste settimane mentre a Ulaanbaatar, in Mongolia, i governi di tutto il mondo si confrontano alla COP17 dell’UNCCD sul degrado della terra e sulla siccità.
Il dato chiave: un aumento dell’1% della materia organica del suolo può aiutare un ettaro di terreno a trattenere ben 250.000 litri di acqua in più, creando un serbatoio naturale fondamentale per attutire gli urti della siccità e proteggere i raccolti.
La grande sete della terra e il paradosso dei campi, dal Po alla Tuscia
I dati fotografano una situazione critica a livello nazionale ed europeo, dove la Commissione stima che tra il 60% e il 70% dei suoli sia in cattive condizioni. In Italia, le rilevazioni del Centro Comune di Ricerca mostrano che quasi un terzo dei terreni agricoli (il 32,8%) soffre di erosione idrica da moderata a grave. Nel frattempo, nelle zone di produzione simbolo come la Pianura Padana, si fatica a trattenere più del 10-11% delle precipitazioni.
Ma queste dinamiche non restano confinate al Nord. Anche nel Viterbese e nell’Alto Lazio, terra di produzioni agricole d’eccellenza e di distretti rurali strategici, gli effetti dei cambiamenti climatici e delle ondate di calore estive mettono a dura prova la risorsa idrica e la tenuta dei terreni. È qui che le indicazioni del rapporto diventano un manuale operativo concreto per il territorio.
Come evidenzia Praveena Sridhar, responsabile per la ricerca scientifica e consulente per le politiche di Save Soil: «La crisi idrica italiana dimostra perché l’agricoltura rigenerativa debba essere parte integrante delle misure di adattamento. Se gli agricoltori ricostruiscono la struttura del suolo e la materia organica, una maggiore quantità di pioggia potrà penetrare nel terreno e rimanere a disposizione delle piante, invece di essere rapidamente dispersa. Non si tratta di sostituire i bacini o l’irrigazione, ma di aggiungere un’altra forma di infrastruttura idrica: il suolo vivo su tutti i terreni agricoli».
Una riserva vivente che raffredda il pianeta
Ma cosa significa esattamente rigenerare il terreno? Ce lo spiegano gli esperti. Giorgia Liberati, ingegnere ambientale e consulente certificata, sottolinea come una microflora diversificata crei una struttura stabile in grado di far infiltrare e immagazzinare l’acqua, alimentando l’evapotraspirazione che mitiga naturalmente le ondate di calore.
Gli fa eco Mario Villamiel, consulente per il suolo di Terranima.farm, che definisce la terra «la pelle vivente del pianeta». Un sistema in cui i veri protagonisti sono invisibili: i microbi e la vita sotterranea che, legando il carbonio ai minerali, costruiscono il più grande serbatoio naturale a nostra disposizione. «Rigenerarlo significa proteggerci da ondate di calore e inondazioni, producendo al tempo stesso cibo sano», ricorda Villamiel.
Il nodo dei fondi e il futuro della PAC
Il tempo delle sole enunciazioni di principio, tuttavia, sembra esaurito. La campagna europea “Suolo sano, futuro sano” punta dritta al sodo: la normativa comunitaria sul monitoraggio del suolo deve camminare a braccetto con la prossima Politica Agricola Comune (PAC 2028-2034). Il messaggio rivolto a Bruxelles e ai governi nazionali è chiaro: gli agricoltori del Viterbese e di tutta Italia che scelgono la strada della rigenerazione e del recupero della fertilità della terra devono essere concretamente premiati per i risultati ottenuti, senza restare soffocati da oneri burocratici insostenibili.
Perché alla fine, come ricorda Sridhar, l’aspetto che troppo spesso dimentichiamo non è soltanto quanta pioggia cade dal cielo, ma quanta di quell’acqua il nostro territorio è davvero in grado di trattenere e custodire.

















