La grande bellezza del Grancarro: non vedenti in immersione, nuovi reperti e le telecamere Rai a riprendere tutto
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Il Grancarro non è solo un sito archeologico; è una lezione. È la dimostrazione che, se ci immergiamo con la giusta umiltà, possiamo ancora trovare, sul fondo delle nostre acque, la radice stessa della nostra identità. E quella, signori miei, è la vera, grande bellezza.

BOLSENA – Guardate Bolsena. Non è solo il lago, non è solo quella distesa d’acqua che pare un occhio spalancato sulla storia, un cratere che ha inghiottito segreti per millenni. No, è qualcosa di più profondo. È, se vogliamo, il nostro specchio. E proprio lì, sotto il pelo dell’acqua, sta accadendo un miracolo della conoscenza, un’epifania che chiamano “Grancarro”.

Siamo abituati, noi italiani, a pensare all’archeologia come a una disciplina fatta di polvere, pennelli e poltrone polverose. Ma al Grancarro no. Lì l’archeologia è liquida, è viva, è una narrazione che si arricchisce ogni giorno. Pensate un po’: in questi giorni di scavo, tra i quattro fronti attivi, è emerso un frammento d’osso, decorato con zig-zag e cerchielli. Non è un oggetto qualunque. È un ornamento. È la prova che, già allora, in quella protostoria che noi immaginiamo buia e barbara, l’uomo avvertiva il bisogno del bello, il desiderio di ornare il proprio corpo, di distinguersi, di lasciare un segno estetico nel fluire del tempo. È il primo sussulto dell’arte, quel momento in cui l’utilità cede il passo al piacere dello sguardo.

Ma c’è una bellezza ancor più grande in questo progetto, che va oltre il reperto. È la bellezza dell’inclusione. Per il terzo anno consecutivo, i ragazzi dell’Albatros Scuba Blind International School si sono immersi in quel blu. Sono subacquei non vedenti, ma che vedono più di chiunque altro, perché la loro è un’osservazione tattile, sensoriale, profonda. Sono i veterani di un progetto che insegna all’archeologia a non essere più una torre d’avorio per pochi privilegiati, ma una scoperta condivisa, un atto collettivo di umanità. La scienza, quando incontra la disabilità e la trasforma in risorsa, smette di essere un arido elenco di date e diventa una festa.

E poi la troupe di Patrizia Angelini, per lo speciale TG1, a testimoniare che la cultura non è un affare da nicchie, ma un bene di consumo necessario, come il pane. Si scava, si documenta, si rende conto al Paese di cosa stiamo ritrovando.

Il Grancarro non è solo un sito archeologico; è una lezione. È la dimostrazione che, se ci immergiamo con la giusta umiltà, possiamo ancora trovare, sul fondo delle nostre acque, la radice stessa della nostra identità. E quella, signori miei, è la vera, grande bellezza.

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Per quindici anni la madre del grande Napoleone fu sepolta nella chiesa delle Monache Passioniste a Tarquinia.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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