La forbice e la sciabola: Francesco Caprini, il sarto viterbese che morì per l’Italia
Garibaldi
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Caprini aveva la testa calda dei giusti e il cuore che batteva a tempo di carica.

SPECIALE – C’è un vizio antico, dalle nostre parti, che è quello di voler raddrizzare le gambe ai cani. Un vizio nobile, per carità, ma che spesso e volentieri finisce a pesciate in faccia. Prendete la Tuscia, questa terra di peperino, di papi che se la sono goduta e di contadini che hanno sempre guardato al cielo per vedere se pioveva o se grandinava, infischiandosene discretamente di chi sedeva sul trono a Roma. Eppure, anche qui, in questo pezzo di mondo che sembra fatto apposta per restare fermo, un bel giorno della metà dell’Ottocento è scoppiato il finimondo.

La colpa – o il merito, a seconda di come la vedeva il vostro bisnonno – fu di un tizio con la barba e i capelli lunghi che andava in giro vestito come un macellaio fuori servizio, con una camicia rossa che si vedeva a un miglio di distanza. Giuseppe Garibaldi.

Ora, voi immaginatevi la scena. In un paese dove il parroco era il padrone del mondo e il delegato pontificio l’incarnazione del destino cinico e baro, un gruppo di giovanotti viterbesi – ragazzi di bottega, studenti con la testa piena di fumo, contadini stufi di zappare per conto terzi – decise che era arrivato il momento di fare l’Italia. E come volevano farla? Semplice: mettendosi contro il Papa. Che a Viterbo, storicamente, era un po’ come sputare controvento.

Questi garibaldini nostrani erano una razza strana. Non erano soldati di professione, di quelli che marciano dritti e sanno come ci si inchina davanti a un generale. No. Erano viterbesi sanguigni, gente che se gli pestavi un piede in osteria ti rispondeva con un ceffone che ti levava il saluto per tre generazioni.

Prendete ad esempio Francesco Caprini. Uno che nella vita di tutti i giorni faceva il sarto a Viterbo. Uno che avrebbe potuto starsene tranquillo a prendere le misure per le sottane delle signore e i pantaloni dei benpensanti, guadagnandosi la sua pagnotta onesta. E invece no. Caprini aveva la testa calda dei giusti e il cuore che batteva a tempo di carica. Nel 1860, quando la notizia dello sbarco dei Mille arrivò nella Tuscia come un fulmine a ciel sereno, lui non ci pensò due volte: posò le forbici, salutò la famiglia e andò a fare il diavolo a quattro con i cospiratori locali per preparare l’insurrezione.

Gente come Caprini e gli altri audaci della provincia si radunarono con quattro fucili arrugginiti, qualche vecchia sciabola e un entusiasmo che avrebbe potuto spostare il Monte Cimino. Ci credevano. Credevano che bastasse cantare l’Inno di Mameli a squarciagola per far crollare le mura di Viterbo. Nel settembre di quell’anno memorabile, i volontari entrarono in città, sventolarono il tricolore, gridarono “Viva l’Italia!” e si baciarono in piazza come se avessero già vinto la lotteria. Il delegato apostolico scappò a gambe levate e il popolo – quello che sta sempre a guardare dalla finestra per vedere chi vince – cominciò a pensare che forse, dopotutto, quel Papa-Re non era poi così eterno.

Ma la gioia, si sa, a casa dei poveri dura poco. I soldati del Papa tornarono a far la voce grossa. Per Caprini e compagni cominciò la via crucis. Braccato dai gendarmi pontifici, il sarto garibaldino dovette fuggire, lasciare la sua terra, nascondersi. Ma non si arrese. Quando nel 1867 Garibaldi richiamò i suoi per l’ennesima, disperata impresa romana, Caprini rimise la camicia rossa. Fu l’ultima volta. Nella maledetta battaglia di Mentana, sotto il fuoco dei micidiali fucili Chassepot dei francesi, Francesco Caprini cadde sul campo. Finì la sua storia di sarto e di soldato, morendo con gli occhi aperti verso quella Roma che non avrebbe mai visto libera.

La ritirata di quell’anno fu amara, di quelle che ti lasciano in bocca il sapore della polvere e della sconfitta. Molti dei nostri ragazzi finirono nelle carceri papaline a rinfrescarsi le idee a pane e acqua, mentre i bigotti del paese tornavano a messa la domenica sussurrando: “Ve l’avevamo detto, noi, che la camicia rossa porta sfortuna”.

Ma la storia, che è una vecchia signora testarda, ha la memoria lunga. Quei matti in camicia rossa, guidati dall’esempio di chi come Caprini aveva versato il sangue, avevano piantato un chiodo fisso nella testa della gente. E quando nel 1870 i bersaglieri entrarono finalmente a Porta Pia, a Viterbo nessuno si stupì più di tanto. I garibaldini viterbesi rimasti vivi tirarono fuori le vecchie camicie sbiadite dal fondo dei cassoni, si misero il cappello storto e andarono in osteria a bere alla salute d’Italia, brindando anche a chi era rimasto a Mentana.

Oggi di loro rimangono solo i nomi sulle lapidi di marmo e sulle vie dei nostri quartieri, nomi che i ragazzini leggono distrattamente mentre mangiano il gelato. Ma se passate vicino a Palazzo dei Priori di notte, quando la città dorme e il vento soffia forte dalle montagne, vi parrà ancora di sentire l’eco di una vecchia canzone strimpellata da una chitarra scordata. Una canzone che parla di libertà, di camicie rosse e di un sarto viterbese che decise che valeva la pena di rischiare la pelle per cucire l’abito più bello: quello dell’Italia unita.

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Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Un uomo che ha capito che tutto il successo del mondo non vale quanto la possibilità di riposare all'ombra di un castagno che hai piantato con le tue mani.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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