La febbre invisibile: quando il carcere smette di guardare al futuro
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A Mammagialla due detenuti si sono tolti la vita nel 2026 e un altro tentativo è stato sventato poche ore dopo l ultimo suicidio, segnali diversi e storie individuali che non consentono facili automatismi, ma che obbligano a interrogarsi sullo stato di salute di un carcere nel quale la disperazione sembra tornare con una frequenza che non può essere considerata normale.

IL DOMENICALE – Esiste un dato che dovrebbe essere letto diversamente dagli altri quando si parla di carcere, non perché spieghi tutto, ma perché riesce a misurare qualcosa che le statistiche sugli organici, sulle celle e sulle attività raccontano soltanto in parte, ed è il numero delle persone che decidono di togliersi la vita mentre sono affidate alla custodia dello Stato. Il suicidio è il termometro del carcere, non la diagnosi, perché dietro ogni morte ci sono una storia individuale, una fragilità, una paura, una patologia, una vicenda giudiziaria, una famiglia spezzata o una solitudine che può avere radici molto lontane, ma quando i gesti estremi si ripetono nello stesso luogo diventa difficile continuare a considerarli soltanto tragedie private.

Mammagialla ce lo ricorda in maniera brutale. Il 5 febbraio scorso Abdullah Atik si è tolto la vita impiccandosi nella propria cella, era detenuto nel penitenziario viterbese dal settembre precedente e, secondo quanto riferito dal suo difensore, era considerato una persona fragile e già sottoposta a particolare attenzione proprio per il rischio di gesti autolesivi. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio è morto invece Abdelkabir Talha, 29 anni, anche lui impiccato nella propria cella, nelle stesse ore in cui il carcere era alle prese con le conseguenze dell incendio scoppiato nella struttura. Poche ore dopo un altro detenuto ha tentato di togliersi la vita ed è stato salvato dall intervento della Polizia penitenziaria.

A questi episodi si aggiunge il suicidio di un trentenne romano avvenuto nella notte tra l 11 e il 12 dicembre 2025, mentre una ricostruzione della cronaca locale conta sette suicidi e tre omicidi nel carcere viterbese dal 2018. Non serve utilizzare questi numeri per costruire un atto d accusa automatico contro qualcuno, serve invece guardarli per ciò che sono, perché quando in pochi mesi uomini diversi, con storie diverse e responsabilità diverse, arrivano nello stesso luogo al medesimo gesto estremo, il termometro sta segnalando qualcosa e un sistema serio dovrebbe avere interesse a capire da dove venga quella febbre.

È il tema sul quale insiste da anni Nessuno Tocchi Caino, entrando negli istituti, incontrando detenuti e operatori e sostenendo che il carcere non possa essere valutato soltanto dalla capacità di impedire evasioni o mantenere l ordine, perché custodire una persona significa assumere una responsabilità anche sulla sua vita. L associazione continua a monitorare i suicidi nelle carceri e li considera uno degli indicatori più drammatici della condizione penitenziaria.

È una responsabilità particolare perché una persona libera, quando attraversa un momento di angoscia, può almeno tentare di cambiare ambiente, raggiungere qualcuno, uscire di casa, cercare un medico o chiedere aiuto a una persona di fiducia, mentre chi è detenuto vive dentro uno spazio, un tempo e un sistema di relazioni che non può modificare liberamente. Proprio per questo ogni suicidio dietro le sbarre dovrebbe produrre una domanda, non necessariamente la ricerca di un colpevole, ma la volontà di capire se i segnali siano stati riconosciuti, se una fragilità fosse conosciuta, se una richiesta di aiuto sia rimasta senza risposta, se qualcuno avrebbe potuto vedere ciò che stava accadendo.

Lo stesso vale per i tentativi di suicidio e per l autolesionismo, mentre rivolte e incendi appartengono evidentemente a un altra categoria e comportano responsabilità personali precise; tuttavia, sarebbe altrettanto superficiale non vedere che i gesti estremi possono diventare forme diverse attraverso le quali emerge una tensione che non trova altri canali. La rivolta fa rumore, arriva sui giornali, produce immagini, dichiarazioni e reazioni politiche, il suicidio invece può consumarsi nel silenzio di una cella, ma entrambi per qualche ora costringono il mondo esterno a guardare oltre il muro.

La sicurezza vera si misura anche attraverso quello che non succede, una rissa fermata prima che inizi, un uomo fragile seguito nel momento giusto, una richiesta di aiuto compresa, un tentativo di suicidio impedito come è accaduto a Mammagialla nelle ore successive alla morte di Talha. Quando questi meccanismi funzionano non producono titoli di giornale, quando falliscono arrivano invece le tragedie e tutti scopriamo improvvisamente il carcere.

È questo che rende i suicidi un termometro e non una semplice statistica. Nessun medico, davanti a quaranta gradi di febbre, accusa il termometro di essere responsabile della malattia, ma neppure lo mette nel cassetto sostenendo che ogni temperatura ha una storia diversa, cerca invece di capire che cosa stia accadendo nell organismo.

Dovremmo fare lo stesso con Mammagialla, senza facili processi e senza facili assoluzioni, ma riconoscendo che due suicidi dall inizio dell anno, un altro avvenuto poche settimane prima dell inizio del 2026 e un tentativo sventato a luglio costituiscono un segnale che merita qualcosa di più di qualche giorno di cronaca.

Perché il suicidio è il gesto definitivo di una persona che, in quel momento, non riesce più a vedere un dopo, e per un istituizione che dovrebbe custodire uomini destinati, nella maggior parte dei casi, a tornare un giorno nella società, perdere completamente la capacità di immaginare quel dopo rappresenta forse il segnale più grave.

Quando il termometro continua a salire, il problema non è smettere di misurare la febbre, è finalmente cercarne le cause.

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