

VITERBO – C’è un copione a Viterbo che non cambia mai, una specie di sceneggiatura stinta e sbiadita che viene tirata fuori dal cassetto ogni volta che serve un alibi, un titolo a effetto o un comodo spauracchio da sventolare in faccia agli elettori. Parliamo di Viale Trento. Quella strada che unisce idealmente la stazione di Porta Romana al cuore della città, da anni eletta dai cantori della catastrofe a capitale incontrastata del degrado, porto franco del crimine e terra di nessuno.
Ma cosa c’è di vero, al di là della cortina fumogena alzata da chi ha fatto della paura una rendita di posizione? C’è la realtà. Che è fatta, sì, di piccoli episodi di spaccio (raccontati anche da questo giornale) e della presenza stabile di qualche decina di extracomunitari, sempre le stesse facce che stazionano lì da una vita. Persone che non rappresentano certo una cartolina turistica, ma che offrono in quanto “neri cavalcabili” alla politica di grana grezza il pretesto perfetto per imbastire la solita fiera delle vanità. Aspiranti caporioni e politicanti in cerca di facili consensi che sanno maneggiare un’unica materia: il nemico; ci vanno a nozze. Gridano all’emergenza, promettono espulsioni di massa e liberazioni salvifiche, salvo poi sparire una volta conquistata la poltrona, lasciando le cose esattamente come stanno, perché del problema, in fondo, non frega niente a nessuno. Ma senza il mostro da combattere semplicemente non esisterebbero.
Eppure, in questa partita a scacchi giocata sulla pelle della città, qualcosa si sta muovendo. Anzi, a Palazzo dei Priori hanno deciso di scendere direttamente in campo. Proprio questo fine settimana, per la prima volta nella storia recente, l’amministrazione ha scelto Viale Trento per ospitare “Giocavamo per strada”, la manifestazione dedicata allo sport e ai bambini. Un segnale di normalità, un modo per riprendersi gli spazi e strapparli alla narrazione del terrore.
Ma il colpo di scena più gustoso e tagliente arriva da chi, in quel viale, ci lavora e ci vive la cultura ogni singolo giorno: Paolo Pelliccia, il commissario della Biblioteca Consorziale. Domenica mattina, sulle colonne del Messaggero, Pelliccia ha spiazzato tutti con un’intervista che profuma di ironia sferzante e provocazione intellettuale.
Annuncia che a ottobre vorrebbe sospendere gli incontri in calendario con scrittori, intellettuali e romanzieri. Perché? Per “protesta” contro la narrazione dominante. Pelliccia ammette candidamente di non riscontrare alcun reale degrado e di non aver mai visto pericoli concreti, ma siccome c’è chi dipinge Viale Trento come una succursale del Bronx, lui sceglie la coerenza spinta all’eccesso: se davvero è così pericoloso, allora basta eventi, evitiamo di esporre gli ospiti a rischi inesistenti se non sulla bocca di qualche Cassandra da talk show locale.
Una mossa geniale, perché smonta il teatrino con le armi del paradosso. La verità — e Pelliccia lo sa bene — è che la Biblioteca è un presidio culturale formidabile. Le sue decine di iniziative registrano regolarmente il tutto esaurito, con flotte di oltre cento persone a evento che affollano la zona a tutte le ore, di giorno e anche tardo pomeriggio. Sono loro la vera cartina di tornasole. Sono il termometro che misura la distanza siderale tra la realtà e la propaganda. Da quanto risulta, in questi anni, a nessuno dei frequentatori è stato torto un solo capello, né tantomeno sono state offerte le famose “caramelle alla droga” con cui i nostri nonni ci terrorizzavano da bambini.
La partita di Viale Trento, insomma, ci racconta molto di Viterbo. Ci racconta di una città che avrebbe bisogno di meno tromboni da campagna elettorale permanente e di molta più cura quotidiana. E ci ricorda che, contro il buio dell’ignoranza e della strumentalizzazione politica, la cura migliore restano i libri, la gente che vive le strade e la forza tranquilla della normalità. Ah Pelliccia ha deciso di aggiungere alla ricetta un pizzico di paradosso. Vediamo l’effetto che fa.


















