

IL DOMENICALE – La parte più inutile del carcere è forse quella che non appare in nessuna statistica, il tempo sprecato, giorni, mesi e anni trascorsi senza imparare un mestiere, senza studiare seriamente, senza acquisire competenze e soprattutto senza costruire qualcosa che possa essere utilizzato quando la pena finirà.
La Costituzione assegna alla detenzione anche una funzione rieducativa, ma la rieducazione non avviene semplicemente lasciando passare gli anni, gli anni passano comunque, la vera questione è che cosa viene fatto di quel tempo e quale persona si prepara a uscire mentre la pena scorre.
Il lavoro dovrebbe essere uno degli strumenti centrali di questo percorso, non per trasformare il carcere in un azienda e neppure per concedere un privilegio, ma perché lavorare significa rispettare orari, assumersi responsabilità, imparare procedure, produrre qualcosa che altri utilizzeranno, ricevere una retribuzione e soprattutto tornare, almeno per alcune ore, a possedere un identità diversa da quella di detenuto.
A Bollate questa idea è diventata perfino un ristorante aperto al pubblico, InGalera, nel quale lavorano persone detenute affiancate da professionisti della ristorazione, mentre nella stessa struttura opera Cascina Bollate, cooperativa che produce piante ornamentali e cura giardini. Non sono attività inventate per far trascorrere qualche ora, sono lavori veri, con clienti, prodotti, responsabilità e competenze spendibili anche all esterno.
È questa la differenza tra occupare il tempo e trasformarlo, perché mettere una persona a fare qualcosa purché faccia qualcosa può servire a rendere più sopportabile una giornata, mentre insegnarle una professione significa cominciare a preparare la giornata successiva alla scarcerazione. Un detenuto che ha imparato a cucinare professionalmente, coltivare piante, lavorare il legno, utilizzare un computer o svolgere una mansione qualificata non diventa automaticamente una persona diversa, ma possiede almeno uno strumento in più per non tornare nello stesso ambiente dal quale era partito.
Lo stesso ragionamento vale per lo studio e per la cultura, a Rebibbia, ad esempio, il teatro non è rimasto una piccola attività ricreativa interna, le rappresentazioni sono arrivate a ospitare migliaia di spettatori e l istituto è diventato anche sede distaccata della Festa del Cinema di Roma, mentre una convenzione con Roma Tre ha previsto tutor universitari a sostegno dei detenuti studenti. Sono esperienze che mostrano come persino dentro un carcere si possa continuare a costruire una biografia, invece di congelarla nel giorno dell arresto.
Anche una biblioteca può avere una funzione molto più grande di quanto sembri, perché un libro non redime nessuno e sarebbe ingenuo attribuirgli capacità miracolose, ma leggere significa mantenere un rapporto con il mondo, conoscere idee, storie e persone che non appartengono all ambiente nel quale si è vissuto fino a quel momento, significa soprattutto continuare a esercitare la mente mentre il corpo rimane chiuso. Nel carcere di Alghero, per fare un esempio concreto, il Ministero della Giustizia ha censito una biblioteca di circa 13 mila volumi e la possibilità di proseguire dagli studi superiori fino all università.
E non stiamo parlando di modelli estranei alla realtà viterbese, perché anche a Viterbo il Ministero della Giustizia ha documentato in passato un corso di formazione per detenuti realizzato con la Scuola Alberghiera, un precedente che dimostra come la formazione professionale a Mammagialla non sia un utopia da importare da Milano, ma una strada che il territorio ha già conosciuto e che potrebbe diventare molto più strutturale.
Nel 2026 tutto questo dovrebbe poi comprendere necessariamente le competenze digitali, perché fuori dal carcere si cerca lavoro attraverso internet, si inviano curriculum, si studia online, si accede alla pubblica amministrazione e perfino molte delle professioni più semplici richiedono ormai un minimo di alfabetizzazione informatica, tanto che lo stesso Ministero della Giustizia ha riconosciuto da tempo come un accesso controllato alla rete possa consentire ai detenuti studenti di utilizzare fonti di consultazione e strumenti di insegnamento online. Tenere una persona per cinque o dieci anni completamente lontana da queste competenze significa quindi prepararla a uscire in una società che nel frattempo è andata avanti senza di lei.
Il vero problema è allora la qualità del tempo, perché un carcere che non offre abbastanza lavoro, formazione, scuola e cultura rischia di ottenere esattamente il contrario della rieducazione, lasciando che il principale luogo di apprendimento diventi il carcere stesso e che i punti di riferimento siano inevitabilmente coloro che conoscono meglio le regole dell illegalità, così la galera diventa scuola di galera e un uomo può entrare senza mestiere, senza istruzione e senza prospettive e uscire qualche anno dopo esattamente nelle stesse condizioni, con in più una lunga esperienza carceraria.
La rieducazione non significa credere ingenuamente che tutti cambieranno, qualcuno continuerà a delinquere, qualcuno rifiuterà le occasioni che gli vengono offerte, ma il compito dello Stato non è garantire il risultato, è garantire la possibilità, perché tenere un uomo per anni dietro un muro senza costruire nulla significa soltanto custodire il passato, mentre lavoro, scuola, formazione e cultura servono a preparare il futuro.
Il tempo può diventare una pena aggiuntiva oppure una seconda possibilità, e la differenza sta tutta in ciò che decidiamo di metterci dentro.


















