La Fabbrica degli Angeli senza tempo: "Per la riuscita di un buon soufflé non è sufficiente essersi procurati ingredienti di ottima qualità"
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FERENTO - Sparuti applausi da parte di un altrettanto sparuto pubblico salutarono la fine di un'ora circa di una rappresentazione.

di Matilde Massarenti
LA FABBRICA DEGLI ANGELI SENZA TEMPO
Teatro Romano di Ferento, 16 Luglio 2024
Prima Nazionale
VITERBO – Come chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le arti culinarie potrà confermare, per la riuscita di un buon soufflé non è sufficiente essersi procurati ingredienti di ottima qualità: serve anche un buon forno e un cuoco che sappia il fatto suo.

Il soufflé presentato il 16 luglio sera a Ferento in prima nazionale aveva eccellenti ingredienti: la forma del teatro-danza, la sublime musica di un geniale compositore dell’epoca barocca come lo fu Nicola Porpora, l’orribile storia dei bambini mutilati dei genitali onde cristallizzare in perpetuo la loro voce bianca (in ossequio al devoto e pudicissimo divieto pontificio per le voci femminili di calcare il palcoscenico), l’altrettanto inquietante verità, certo non nota ai più, che i conservatori dell’era barocca fossero orfanotrofi e che dunque veniva mandata al sacrificio la parte più debole della società, spesso in cambio di denari.

Il forno cui spettava l’onere di far da contenitore a tutto questo era eccellente anch’esso; il teatro
romano di Ferento.

Il cuoco, dal canto suo, ci parse invece uno di quei cuochi convinti d’esser bravi solo perché tutto
nella loro dispensa è biologico e che non mancano di raccontare come e qualmente la propria
arte culinaria sia fatta d’amore e d’ attenzioni ma che, alla prova dei fatti, sbagliano il punto di
cottura del risotto, tentando però di farti sottilmente convinto che non sia il punto di cottura ad
esser sbagliato ma il palato del commensale a esser troppo avvezzo a una cucina meno inventiva.

Il soufflé ferentano non si sgonfiò certo per demerito degli artisti in scena ai quali anzi va tutto il
nostro plauso per un lavoro che, in tutta evidenza, è frutto di rigorose prove, ma per responsabilità di una scrittura teatrale che lungo il corso della serata ha cercato a tentoni la strada dell’ispirazione, non trovandola.

Gli autori non si fidarono né del potere della musica di Porpora, ridotta a rumore di fondo di un monologo lungo quasi un’ora e della quale si riuscivano talvolta a cogliere fortunosamente rari quanto preziosi brandelli, né dell’espressività delle interessanti coreografie, ma principalmente e troppo di quello di un testo che risultò, alla prova dei fatti, teatralmente inefficace.

In considerazione del fatto che assistemmo a una “prima”, dunque non tutto è ancora perduto, mi permetto di suggerire che se nel corso del rodaggio dello spettacolo in tournée gli autori vorranno compiere un piccolo gesto di umiltà sacrificando molte delle ridondanze del testo in favore di un maggiore silenzio dell’attore e di un maggiore spazio alla musica e alla danza, se il regista volesse suggerire al protagonista di non sovrabbondare con l’utilizzo di una recitazione sospesa verso l’alto (illacrimato bagaglio esclusivo di certe primattrici strehleriane che credevamo felicemente estinto) in favore di una gamma più variegata di colori, se il regista vorrà per il futuro evitare il discorso di introduzione allo spettacolo che, di fatto, anticipa quello che l’attore ripeterà per il tutto il corso della serata rendendo dunque ancor più futile la già sovrabbondante reiterazione dei medesimi concetti formulata nella scrittura teatrale, allora useranno una cortesia non solo allo
spettacolo che da queste piccole soluzioni può trarre molto giovamento, ma all’attenzione della platea che, allo stato dei fatti, si ritrova a seguire con difficoltà l’attore perché le bravissime danzatrici non stan ferme un attimo, con altrettanta difficoltà le danzatrici perché l’ottimo attore dalla ferrea memoria non tace un istante, né riesce a farsi un’idea della musica di Porpora perché quasi completamente ridotta, per restare in tema musicale, a basso continuo.

Sparuti applausi da parte di un altrettanto sparuto pubblico salutarono la fine di un’ora circa di una rappresentazione che confermò, ove questo fosse necessario, la bontà della teoria einsteniana che postula la misura del tempo essere variata da ciascun singolo individuo a
seconda della situazione in cui questi venga a trovarsi.

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