

di Francesco Mattioli
Nel nostro agire umano, ovunque e comunque si manifesti, esistono le graduatorie di importanza. Per esempio, tra bisogni primari, quelli che vanno soddisfatti al più presto per la nostra sopravvivenza e quelli cosiddetti secondari, che invece agghindano la nostra sopravvivenza e possono essere anche diluiti nel tempo.
Tuttavia la teoria dei bisogni, perfezionata in questo secolo alla luce dello sviluppo di una società
postmoderna che è sostanzialmente consumistica, ha provveduto a rettificare una classificazione troppo drastica e dicotomica, buona a spiegare il comportamento dell’uomo primitivo alle prese con la quotidiana sopravvivenza, ma certo inadatta a dar conto di cosa accade nella città del XXI secolo.
Oggi l’urgenza di soddisfare un bisogno si lega alla valenza culturale e sociale che associamo ad esso. Tal che può diventare più importante dotarsi di questo o di quel bene lanciato dalla pubblicità, completare un lavoro o seguire un appuntamento sportivo particolarmente avvincente che garantirsi il pasto quotidiano.
Nella società urbana inoltre è facile trovare apparenti contraddizioni nei bisogni individuali e collettivi; il che tuttavia dipende dalla complessità della vita associativa e dalla eterogeneità degli abitanti, ciascuno con le sue necessità, i suoi gusti, le sue “dipendenze”, il suo vissuto.
Per conseguenza, il cammino di una amministrazione locale diventa irto di difficoltà, perché non si riesce più a capire quali siano le priorità di fronte ad una foresta di criteri diversi di valutazione dei bisogni. Ad occhio, si dovrebbe provvedere innanzitutto al bene sociale, quindi sostenendo gli indigenti, i malati, i bisognosi; ma si dovrebbe rispondere anche alla necessità dell’educazione primaria; e poi anche al lavoro e all’economia nelle varie declinazioni, alla cultura e alla sicurezza.
Tutte in contemporanea, perché si tratta di risposte a bisogni che non possono essere trascurati e neppure rinviati nel tempo; alcuni sono doveri etici, altri sono richieste urgenti, altri ancora condizioni indispensabili per una corretta e democratica convivenza.
Eppure non sempre le cose vanno a questo modo, perché anche se certi bisogni vanno soddisfatti con urgenza, riguardano spesso solo una parte dei cittadini; gli altri neppure si rendono conto del problema o lo valutano da lontano, senza esserne coinvolti e consapevoli. Il problema è che quando una Amministrazione desidera avere il consenso della popolazione deve essere sollecita nel rispondere con immediatezza a quei bisogni che sono vissuti da tutti collettivamente, anche se potrebbero apparire secondari, non urgenti. Intervenendo quindi con provvedimenti che sono immediatamente tangibili da tutti, giovani, anziani, bambini, ricchi, poveri, sostenitori e avversari; e
forestieri, che sono inclini a valutare l’efficienza amministrativa e quindi la civiltà, il civismo, l’accoglienza della città che visitano da certi segnali esteriori.
Può non piacere che si dia importanza quasi pregiudizialmente a questi fattori rispetto ad altri che hanno certamente, in assoluto, un’importanza maggiore perché si legano alla soddisfazione di bisogni fondamentali di giustizia, equità, solidarietà, sicurezza e sanità. Ma la realtà talvolta è un po’ deludente, rispetto ai nostri disegni e alle nostre intenzioni.
Tutto ciò premesso, quali sono i doveri apparentemente non primari, ma sui quali tutti i cittadini giudicano una amministrazione, perché il loro adempimento interessa tutti i cittadini?
Sembrerà strano, perfino banale: sono la soluzione dei problema del traffico, il verde pubblico, l’arredo e l’igiene urbana, la sicurezza (in parte vocata a comprimere la devianza di strada, in parte legata allo stesso traffico, e, oggi, all’invasione dei cinghiali, fenomeno che si è sostituito al randagismo con effetti similari).
Perché gli asili, le mense, i servizi scolastici che funzionano sono più importanti ma non coinvolgono tutti; le case popolari sono fondamentali ma non coinvolgono tutti; l’assistenza domiciliare è un obbligo morale, ma non coinvolge tutti; le politiche edilizie e quelle energetiche sono strategiche, ma non coinvolgono tutti; i servizi pubblici sono segni di civismo, ma non coinvolgono tutti (in questa città se prendi un bus urbano sei uno sfigato…a quattordici come a sessant’anni); le attività culturali, teatro, musica, letteratura, folclore sono il sale della crescita, ma non coinvolgono o interessano tutti; il commercio è essenziale, ma non coinvolge tutti; ecc.
Che ci sia almeno un pizzico di verità in queste considerazioni, che taluni ierofanti del politicamente corretto considereranno delle mere elucubrazioni, lo provano due fatti. Il primo: che due terzi degli articoli che compaiono sui giornali locali sono dei report delle lamentele dei
cittadini su buche, erba alta, incidenti del traffico, cinghiali, scazzottate tra balordi et similia; sarà anche vero che per un giornale la notizia è quando l’uomo morde il cane e non viceversa, ma è altrettanto vero che buche e erba alta (che trovi non solo a Viterbo ma a Roma e… udite udite… perfino a Milano) dovrebbero stentare ormai a fare notizia: eppure…
Il secondo: che anche quando si pensa alle consiliature precedenti il leit motiv del giudizio (sempre negativo, perché vale sempre il principio qualunquista del “piove, governo ladro”) riguarda soprattutto strade, erbacce e servizi annessi costantemente giudicati insufficienti.
Sarà pure che i cittadini dovrebbero guardare un po’ più in alto: magari, che so, alla dignità umana e alla cultura, quella vera; ma sarebbe anche opportuno che gli amministratori che vogliono ricevere riconoscenza e stima dai cittadini-elettori, si rendessero conto che talvolta politicamente pesa (ho detto “pesa”, non “vale”) una piccola cosa immediatamente esperibile da tutti, come una buca riparata o un
marciapiede liberato dalla vegetazione, tanto quanto una mensa scolastica ben fatta. Scusate la sociologica franchezza.
P.S.: comunque, se poi l’erbaccia viene tagliata e lasciata sul posto, se c’è qualcuno che libera il giardinetto ma lascia crescere l’erbaccia sul marciapiede a un metro dirimpetto, allora c’è qualcuno che lavora male, qualcun altro che non controlla, o un appalto scriteriato. O no?

















