La cultura e il rischio del provincialismo culturale: una città che ignora la sua stessa storia difficilmente costruisce futuro
Foto Francesco Mattioli
Gli Stati Generali La Fune
VITERBO - Se non si perviene ad una definizione condivisa – e attuale - di cultura, i rischi sono tre: interpretarla riduttivamente; non farsi sensibili ai trends correnti; quello di porre male la questione.

di Francesco Mattioli

Caro Direttore,

Il Corner di Giulio Della Rocca (leggi qui) pone due interrogativi: che cosa è cultura e se oggi, a causa dell’esplosione dei social media, i “prodotti culturali” vengano comunicati e conosciuti quasi soltanto attraverso il mezzo tecnologico.

Che cosa sia cultura non ha una riposta ovvia. Alcuni decenni fa, al Liceo Classico avevi l’impressione che la cultura fosse il complesso delle arti figurative e la letteratura in primis, e del pensiero filosofico in secundis.

Poi, passati all’università e ascoltate le lezioni di Tullio Seppilli, Tullio Tentori e Ida Magli, acquisivi la nozione che la cultura è “il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico” (tanto per ri-citare il passo citato da Della Rocca); ma non solo, apprendevi che esistono le subculture, cioè l’insieme delle concezioni e delle attività di categorie sociali di varia natura, dalla classe operaia alle nuove generazioni, dagli amanti di musica classica ai tifosi di calcio.

Nella società complessa e articolata di oggi le subculture costituiscono un aspetto estremamente eclatante, alla faccia di chi temeva che con la globalizzazione ci saremmo tutto omologati (e invece è scattata la cosiddetta “glocalizzazione”…. geografica, sociale e culturale…). Ma anche: nei social che – all’occhio del tremebondo conservatore – sembrano omogenizzare e standardizzare usi, costumi e mentalità dei loro utenti, emergono invece miriadi di subculture, tanto diverse da essere persino confliggenti.

Quindi, quando si parla di cultura bisogna essere quanto meno più precisi. E soprattutto meno aristocratici. Perché non tutta la cultura tratta del “bello”; tratta anche del “profondo”, dell’”insolito”, della confort zone del “quotidiano” e del “consumo”, tratta della scienza e della tecnica, tratta di “religione” e tratta di “dignità umana”. Così, ciascuno nel suo ambito di importanza sociale e culturale, ma anche etica, hanno valore sia la “Pietà” di Sebastiano del Piombo, sia il teatro di Carmelo Bene sia i Mercatini di Natale, sia il Festival di Sanremo. Poi ciascuno si crea le graduatorie del caso.

D’altronde non mi sembra che anche la cultura “classica” sia così ovvia nella sua identità e così chiara nella mente del cittadino.

Piazza del Comune. Intorno al Mille era un prato, il Prato Cavalluccolo, così detto perché se ne ricordava la intitolazione ad una delle sei “nobiltà” di Viterbo, il Cavallo Calo, il cavallo “bello”; segno che lì vi si allevavano o custodivano cavalli, e c’era senz’altro un abbeveratoio probabilmente servito dalla stessa fonte che poi avrebbe servito la Fonte Maggiore (Fontana Grande). L’abbeveratoio presuppone canalizzazioni, provenienti forse dalla fonte della Mazzetta. Prima o forse dopo, di fronte alla Chiesa di S. Angelo (ancora dotata di portico, che custodiva il sarcofago di un’altra “nobiltà” di Viterbo, la Bella Galiana) c’era sicuramente un cimitero, di competenza della chiesa stessa. Poi la costruzione dei palazzi che costituirono il nuovo centro del potere cittadino tra XIV e XVII secolo richiese altri interventi sovrastrutturali. Infine, secoli dopo, e siamo alla fine del XIX, altri lavori per la pavimentazione che sicuramente richiesero canalizzazioni e fognature.

Allora, mi sorprende che molti si sorprendano (scusate la voluta ripetizione) che i nuovi lavori di pavimentazione della piazza abbiano incontrato antiche strutture. C’è una diffusa ignoranza pubblica e privata sulla storia della città? E’ colpa della scuola, dei telefonini, di una cultura classica troppo autoreferenziale e poco comunicativa? Eppure, non a caso i lavori erano seguiti da un’archeologa. Ma anche così, mi sorprende che i tempi si allunghino oltre il dovuto, perché nel dovuto la possibilità di incontrare resti archeologici doveva essere già prevista e la temporizzazione conseguente adeguatamente computata.

La cultura della città temo che venga tirata qua e là un po’ troppo per la giacchetta.

Il convegno voluto a Viterbo dalla Regione Lazio su economia e cultura ha scoperchiato il vaso di Pandora di chi ancora credeva che la cultura fosse solo un tema per “anime belle” e non per l’imprenditoria. Eppure, anche lì alla fine sembrava che si intendesse una cultura da gettare sul mercato sì, ma pur sempre “quella” cultura, la “solita” cultura fatta di arte, letteratura e varia filosofia.

D’altra parte mi ha sorpreso che per ben due eventi prettamente culturali, come la Macchina di S. Rosa e S. Pellegrino in Fiore, siano rimasti assenti dalla composizione delle commissioni giudicanti gli esperti di storia, folklore e dunque di cultura cittadina: c’erano architetti, ingegneri, burocrati, certamente necessari, ma non c’erano storici e antropologi. Quindi di quale cultura parliamo, ed espressa da chi? Da qualche super mente umanistico-rinascimentale come Leonardo da Vinci, che sapeva tutto di pittura, architettura, ingegneria e di scienza? Oggi non esistono più, e per fortuna (certe oligarchie, anche culturali, non fanno bene ad una società evoluta).

E ancora: Viterbo capitale europea della cultura? Di qui a dieci anni, gli scenari saranno cambiati… siamo in grado di prevederli e di premunirci? E poi: capitale di quale cultura? Chi gestirà il progetto? Un pool di architetti e ingegneri? Di storici? Di managers esperti della comunicazione? Di esperti di arte e archeologia? Di cultori di musica classica? Di topi di biblioteca? Di burocrati amministrativi e finanziari? Di influencer di instagram? Di facce televisive?

Se non si perviene ad una definizione condivisa – e attuale – di cultura, i rischi sono tre: quello di interpretarla riduttivamente; quello di non farsi sensibili ai trends correnti, e quindi alla corrente domanda di cultura; quello di porre male la questione. Errori – spiace dirlo – soprattutto alla portata di certo provincialismo culturale.

 

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