

IL DOMENICALE – Sotto il lago di Vico, secondo la leggenda, c’è una città morta. Le case, le strade, forse una piazza, forse un campanile: tutto sarebbe scomparso in un solo momento, inghiottito dalla terra e poi ricoperto dall’acqua, lasciando al posto di una città un lago. È una di quelle storie che oggi possiamo archiviare facilmente come fantasia popolare, ma basta arrivare sulle rive del Vico in una sera di nebbia, quando l’acqua diventa scura e i boschi dei Cimini si chiudono intorno al bacino, per capire perché qualcuno, secoli fa, abbia pensato che laggiù sotto dovesse esserci qualcosa.
La leggenda non dice come si chiamasse quella città, chi la abitasse, quali strade avesse, quali case, quale chiesa o quale tempio sorgesse al centro, perché non ha bisogno di questi particolari; le basta un’immagine molto più potente: un intero abitato cancellato e nascosto sotto una superficie che nessuno può attraversare.
È una storia che doveva circolare ancora nell’Ottocento, perché Charles Dickens la incontrò durante il suo viaggio italiano e la riportò in Pictures from Italy, pubblicato nel 1846. Dickens racconta di essere passato per Montefiascone e Viterbo e, dopo una lunga salita, di essersi trovato davanti a un lago solitario racchiuso fra colline vulcaniche; poi riferisce la tradizione secondo la quale proprio dove si trovavano quelle acque sorgeva un tempo una città, inghiottita improvvisamente mentre il lago ne prendeva il posto. Aggiunge anche che antichi racconti sostenevano che, quando l’acqua era particolarmente limpida, fosse possibile intravedere laggiù le rovine dell’abitato scomparso.
Dickens non aveva alcuna intenzione di certificare l’esistenza di una città sommersa: era uno scrittore in viaggio e davanti a quel paesaggio rimase affascinato soprattutto dalla potenza del racconto, tanto da descrivere quelle acque e quelle montagne come presenze quasi sospese tra due mondi. È proprio qui che una leggenda comincia a diventare interessante, non perché dobbiamo chiederci ossessivamente se sia vera, ma perché qualcuno, molti secoli fa, guardando quel lago, pensò che la spiegazione più convincente fosse immaginare una città nascosta sotto l’acqua.
La realtà geologica è naturalmente un’altra. Il lago di Vico occupa una caldera di origine vulcanica formatasi attraverso processi antichissimi; la Riserva Naturale Regionale ricorda come la sua origine sia legata all’attività vulcanica del complesso dei Cimini e come il bacino si trovi a oltre cinquecento metri di quota, circondato da Monte Fogliano e Monte Venere. Ma per gli uomini che non possedevano questi strumenti di conoscenza una conca così grande, piena d’acqua e chiusa dentro montagne che portavano evidenti i segni di una natura potente doveva chiedere una spiegazione, e quando la scienza non era ancora in grado di fornirla arrivava il mito.
Non è infatti l’unico racconto nato intorno al lago. Un’altra tradizione, molto conosciuta nella Tuscia, attribuisce la sua formazione a Ercole, che avrebbe conficcato la propria clava nel terreno sfidando gli abitanti dei Cimini a estrarla; nessuno sarebbe riuscito nell’impresa e quando l’eroe l’avrebbe infine strappata dal suolo, dal foro sarebbe sgorgata una quantità d’acqua tale da riempire l’intera valle. La stessa Riserva del lago di Vico richiama ufficialmente questa leggenda, segno di quanto il mito di Ercole sia rimasto legato nel tempo all’identità del luogo.
Le due storie sembrano diverse, ma in realtà cercano di rispondere alla stessa domanda: come può essere nato un luogo così? In una versione è una città che scompare, nell’altra è la forza sovrumana di Ercole che apre la terra e libera l’acqua; in entrambe rimane l’idea che quel paesaggio non possa essere nato lentamente e silenziosamente, che dietro debba esserci stato un evento enorme, improvviso, abbastanza potente da cambiare per sempre il volto dei Cimini. Forse è questo il fascino delle leggende della Tuscia: nascono in luoghi nei quali la realtà è già abbastanza straordinaria da non avere bisogno di molte invenzioni. Abbiamo laghi dentro antichi vulcani, città costruite sul tufo, boschi che per secoli sono stati considerati difficili da attraversare, necropoli nascoste nella vegetazione, strade scavate nella roccia, e in mezzo a tutto questo generazioni di uomini hanno lasciato racconti per spiegare ciò che non riuscivano ancora a comprendere.
Oggi sappiamo che sotto il lago di Vico non dorme necessariamente la città raccontata dalla leggenda e non abbiamo bisogno di Ercole per spiegare da dove sia arrivata l’acqua, ma perdere per questo quelle storie sarebbe un errore, perché una leggenda non vale soltanto per ciò che racconta, vale per ciò che ci permette di capire delle persone che l’hanno raccontata. E così, quando il lago è immobile e i Cimini si riflettono nell’acqua, possiamo continuare a sapere perfettamente cosa dice la geologia e concederci ugualmente, per qualche minuto, di immaginare che molto più in basso ci siano ancora strade, mura e case di una città che nessuno ha mai ritrovato. Non perché sia vero, ma perché qualcuno, secoli fa, guardando quello stesso lago, ha avuto bisogno di crederlo.


















