
IL DOMENICALE – C’è un errore che continuiamo a commettere quando parliamo di accessibilità: immaginiamo immediatamente una categoria separata — le persone con disabilità — e quindi una serie di interventi speciali riservati a una minoranza. In realtà basta osservare la vita quotidiana per capire che il confine è molto meno netto. Ha bisogno di un percorso facilmente accessibile chi usa una sedia a rotelle, ma anche chi cammina con un bastone, chi dopo un intervento non può affrontare una salita, una persona di ottant’anni, un genitore che spinge un passeggino, chi ha problemi cardiaci o respiratori, persino chi semplicemente non possiede l’allenamento necessario per percorrere un sentiero impegnativo. Una società che invecchia dovrebbe averlo capito da tempo: progettare luoghi facilmente utilizzabili non significa costruire spazi per una categoria, significa costruire meglio.
Proprio in queste settimane la Tuscia sta facendo un’esperienza interessante. Dal 29 agosto al 27 settembre è in corso “Tuscia Accessibile – La bellezza condivisa”, un progetto che prevede dodici tappe dedicate all’inclusione, con appuntamenti anche a Viterbo, Caprarola, Bomarzo e Tuscania, visite gratuite, strumenti di comunicazione aumentativa e percorsi costruiti con il coinvolgimento di persone con disabilità. È una buona iniziativa e sarebbe un errore considerarla soltanto un evento, perché il suo valore vero dovrebbe essere quello di lasciare un metodo, mostrando concretamente dove il territorio funziona e, soprattutto, dove continua a creare ostacoli.
La Tuscia, infatti, possiede una caratteristica che rappresenta contemporaneamente la sua forza e il suo limite: gran parte della sua bellezza nasce da una geografia difficile, fatta di borghi arroccati, centri medievali, vicoli, scale, pendii, selciati, boschi e rive naturali. Quindi, immaginare di eliminare ogni barriera sarebbe non soltanto impossibile, ma in alcuni casi distruttivo. Nessuno propone di trasformare Civita, Tuscania o i Cimini in superfici perfettamente pianeggianti; il problema è un altro: bisogna garantire il massimo livello di accessibilità compatibile con la tutela del luogo, informando con precisione le persone su ciò che troveranno. Anche sapere in anticipo che un percorso non è accessibile è una forma di rispetto, perché permette di organizzarsi e scegliere un’alternativa.
Esistono già esempi che mostrano come tutela e accessibilità possano convivere. Nella Riserva del Lago di Vico il sentiero delle Prove, lungo complessivamente circa quattro chilometri, è pianeggiante e un primo tratto di trecento metri è stato realizzato in modo da poter essere utilizzato anche da persone con disabilità motorie, con osservatori naturalistici, pannelli informativi e panchine. Trecento metri possono sembrare pochi a chi è abituato a camminare per ore; possono rappresentare invece la differenza tra vedere un bosco soltanto attraverso una fotografia e potervi entrare.
È da questa logica che dovremmo partire per costruire una nuova politica territoriale. Ogni Comune potrebbe individuare almeno cinque luoghi simbolici e descriverne pubblicamente il livello di accessibilità: distanza dal parcheggio, pendenza, presenza di gradini, tipo di fondo, disponibilità di sedute, servizi igienici, eventuali ostacoli e possibilità di arrivare con mezzi pubblici. Non servono necessariamente grandi opere: spesso servono informazioni migliori, una panchina nel punto giusto, un corrimano, pochi metri di percorso sistemato, una piccola area per consentire la discesa dall’automobile in sicurezza.
Soprattutto dovremmo smettere di considerare l’accessibilità un’aggiunta da finanziare quando avanza qualche risorsa. Dovrebbe diventare una domanda preliminare davanti a ogni intervento pubblico: chi potrà utilizzare ciò che stiamo costruendo? Non necessariamente tutti, non sempre integralmente, ma ogni progetto dovrebbe dimostrare di aver cercato di allargare il più possibile la platea.
La Tuscia ha puntato molto sul diritto alla bellezza come elemento della propria identità; adesso dovrebbe compiere il passaggio successivo e riconoscere che il diritto alla bellezza vale poco se per esercitarlo bisogna essere giovani, allenati e perfettamente autonomi.



















