
“Se fai l’operatore culturale non puoi fare politica” e “Sui numeri dei festival si raccontano stronzate”, due belle frasi a effetto che ci danno un po’ il senso dell’intervista che abbiamo realizzato a Italo Leali, direttore artistico del Tuscia in Jazz. Evento made in Viterbo che apre proprio stasera. Saranno 14 giorni di concerti, con 500 concertisti venuti da 21 nazioni diverse.
Quanto è importante la certezza dei numeri per avere chiaro il panorama dei festival viterbesi?
“I numeri veri sono una base importante da cui partire. Fare chiarezza su questo fronte è’ l’unica vera possibilità per fare luce in questa situazione. Quando ho finito il festival in primavera, come promesso, ho reso pubblico il bilancio, dettagliando dove sono state le spese. Dettagliando spese e spettatori. Ho presentato il c1, che non è pezzo di carta, per mostrare i numeri dei paganti. Per quelli gratis avevo le foto. Quando tu fai 2mila spettatori paganti e 4/5mila gratuiti in 5 giorni non devi aver paura a rendere pubblico il dato. Non sono numeri da poco e di cui vergognarsi. Perché avrei dovuto raccontare stupidaggini, magari dicendo che ne faccio 30mila?”.
Perché si raccontano stupidaggini sui numeri dei festival?
“Secondo me si dicono stronzate allucinanti. Se cominciamo a dire la verità dobbiamo andare a verificare la situazione degli alberghi quando ci sono i vari festival. Sono pieni? Fornire questi dati è importante, chi deve decidere li deve analizzare attentamente. Far conoscere i dati, renderli pubblici, è fondamentale”.
Come definisci la situazione viterbese?
“Non voglio denigrare nessun evento. A Viterbo abbiamo la fortuna di avere tanti festival, però sembra essere in corso una guerra tra poveri. Una guerra dove i più grossi vogliono prendere tutto e non lasciare niente agli altri. Occorre costruire sinergie e sviluppare un panorama di appuntamenti a 360 gradi: dal jazz, alla classica, passando per teatro, cinema e letteratura.
E’ importante dare il giusto valore alle realtà grosse, ma assicurare gli spazi e i sostegni affinché cresca altro. Va detta poi una grossa verità: tutti i festival viterbesi alla fine si reggono con degli spiccioli. Lo scandalo non sono i 50mila euro a Caffeina o il sostegno a altre realtà, lo scandalo è che non c’è una politica culturale vera”.
Cosa dovrebbe fare il Comune?
“Deve organizzare il settore cultura, deve essere fatto un lavoro serio negli uffici”.
Di che tipo?
“Si prenda a esempio La Spezia, esiste l’istituzione Servizi Culturali. Ha un presidente, scelto dalla maggioranza. Deve occuparsi di cultura e teatro civico. La scelta però deve ricadere su una persona seria e competente. Poi c’è un dirigente e gli uffici che curano la parte dinamica. Evitano tutta la burocrazia: vigili, permessi, pratiche. Questo ti fa risparmiare 20mila euro. Un organizzatore di eventi si trova i vigili che collaborano, non gli vengono richieste polizze fideiussorie, depositi cauzionali. Gli uffici pensano a tutti i permessi”.
Che pensi del sistema delle convenzioni del Comune con le grandi realtà culturali?
Potrebbe forse essere una soluzione. Ci devono essere criteri certi però, niente figli e figliocci. Servono i numeri e i dati per decidere. E che i dati siano veri. Caffeina per esempio va tutelato, è un appuntamento importante. Non possono però dichiarare di fare 400mila persone, in una città dove se ce le metti 10mila al giorno è un caos. Prendiamo l’esempio dei 70mila al concerto dei Rolling Stones, sono state gestite con 3mila persone. 40mila persona al giorno a San Pellegrino da quanti sono stati gestite? Perché? Il Festival della Mente ne fa 40-50mila?. Stessa cosa Mantova. Se Caffeina fa questi numeri è un onore. Cerchiamo di essere chiari. I grandi festival hanno inoltre il dovere e obbligo di aiutare le realtà più piccole”.
Per le piccole realtà?
“Devono essere disposti i soldi anche per le piccole realtà che hanno diritto di crescere”.
Contaminazione festival-politica, che ne pensa?
“Da noi c’è una sola regola, importantissima: chi fa politica va fuori dal Tuscia in Jazz. Credo che se fai l’operatore culturale non devi fare politica. Così pregiudichi anche il tuo evento”.


















